A cura di Rita Borghi
venerdì 29 ottobre 2010
Il film che non si trova. 'Lo straniero'. Regia di Luchino Visconti, Italia 1967. Interpreti Marcello Mastroianni e Anna Karina
A cura di Rita Borghi
martedì 26 ottobre 2010
Leggere con Ugo Cornia - verso "La promessa. Un requiem per il romanzo giallo", di Friedrich Dürrenmatt

lunedì 18 ottobre 2010
Un libro, un film - verso "Lo straniero", di Albert Camus
Un omaggio all’autore a 50 anni dalla morte.
Ciò che si dice per ogni artista autentico, ovvero che per esplorarne la biografia e la poetica bisogna partire dalle origini, vale per Albert Camus ancora di più.
Lo ha detto lui stesso tra le righe dei suoi testi nel corso della sua vita breve, l’hanno scritto i critici che si sono occupati di lui negli anni.
Nato in Algeria, figlio di coloni francesi, orfano di padre (morto a causa di una ferita alla testa nella battaglia della Marna), ragazzino curioso dall’infanzia povera (quella miseria che ti fa mangiare patate e ti manda scalzo), innamorato della luce e della notte algerina, incoraggiato dalla potenza e dal mistero del sole, Camus lega indissolibilmente la sua storia personale ai fatti collettivi e sociali.
In una intervista a “Revue de Lettres modernes” lo scrittore dice: “non ho imparato la libertà da Marx… L’ho imparata dalla miseria. Nessuno intorno a me sapeva leggere. Pensate cosa significhi una cosa simile”.
In Saggi Letterari, in Italia edito da Bompiani, leggiamo: “la povertà non è mai stata una disgrazia per me: la luce vi spandeva le sue ricchezze… Persino le mie rivolte ne sono state illuminate”.
In perenne contrasto con gli intellettuali francesi e con il partito comunista, nel quale da prima si riconosce e da cui poi si allontana con forti contrasti, Camus è definito un esistenzialista ateo e privilegia e affronta i temi della solitudine degli umani di fronte al mondo, della finitezza, della precarietà del vivere, dell’assurdo dell’esistere. Ma rispondendo a Jean Paul Sartre, al quale rimproverava di cristallizzare l’esistenza attorno alla tragicità della vita, scrive: “constatare l’assurdità della vita non può essere un fine ma soltanto un inizio”. Gli interessa dunque il senso dell’esistere (col mondo, con la natura) e pubblica pagine di vera e propria esaltazione della vita, negandone però i vincoli sociali.
Potremmo ricercare le tracce del suo pensiero nel libro considerato il suo capolavoro, Lo straniero, che si mostra al primo impatto come una sorta di diario, un resoconto di fatti quotidiani esposti in maniera particolareggiata, per poi variare di forma e di natura via via che procede nella narrazione, che si fa intimista e profonda.
La storia comincia con un telegramma che annuncia al protagonista, Meursault, giovane impiegato di Algeri, la morte della madre ricoverata in un ospizio. Seguiamo il protagonista nel suo viaggio verso l’ultimo saluto alla madre in un caldo soffocante e lo vediamo, assonnato e indifferente, nella notte di veglia. Meursault ci appare come un uomo senza doglie.
Il giorno dopo la morte della madre lo trascorre in compagnia di Marie, allo Stabilimento Bagni del porto e poi a letto, e trascina un’ intera domenica in una sequenza di gesti che si direbbero vuoti di significato (“Quando mi sono svegliato, Maria era già uscita… Mi è venuto in mente che era domenica e questo mi ha dato noia: la domenica non mi piace”), ma che possono al contrario suggerire altre verità. Come un alone di afa stagnante la sua indifferenza pare debba coprire ogni cosa: la proposta di Marie di sposarlo e l’offerta del datore di lavoro di un trasferimento a Parigi. Fino a che l’amico Raymond lo sveglia dal torpore della sua esistenza abitudinaria con una proposta di complicità. Raymond vuole vendicarsi con la sua donna (una giovane araba), scrivendole una lettera per attirarla in una trappola e riempirla di botte. Sarà Meursault a scrivere la lettera per conto dell’amico (nemmeno troppo amico per la verità) e ad accettare di testimoniare in sua difesa, seppur senza nessun coinvolgimento emotivo né etico.
In una domenica passata al mare sotto un sole spietato in compagnia di amici, tra cui Raymond, matura l’assurdo gesto di Meursault. Durante la passeggiata sulla spiaggia, un gruppo di arabi li segue e il fratello della donna offesa mostra un coltello. L’autore scrive “…la luce ha balenato sull’acciaio e fu come una lunga lama scintillante che mi colpisse alla fronte… E’ allora che tutto è vacillato. Dal mare è rimontato un soffio denso e bruciante. Mi è parso che il cielo si aprisse in tutta la sua larghezza per lasciar piovere fuoco. Tutta la mia persona si è tesa e ho contratto la mano sulla rivoltella… E furono come quattro colpi secchi che battevano sulla porta della mia sventura”.
La seconda parte del romanzo è la storia del processo, al quale il protagonista assiste come un estraneo (“Persino da un banco d’imputato è sempre interessante sentir parlare di sé”), e dell’ attesa dell’esecuzione nella cella dei condannati a morte, dopo la rinuncia alla domanda di grazia, senza la consolazione del cappellano, rifiutato per tre volte. Nel momento in cui la società lo priva della libertà e lo mette sotto accusa per il suo delitto e per il suo comportamento il nostro eroe è lo Straniero, oltre il confine tracciato dalla legge e dalla salvezza divina dunque senza speranza.
Chi è dunque Meursault, un volgare assassino, un folle, un ribelle, un martire della verità? Che significato ha il suo gesto? Che significato hanno le sue ultime parole? “Rumori di campagna giungevano fino a me. Odori di notte di terra e di sale rinfrescavano le mie tempie. La pace meravigliosa di quella estate assopita entrava in me come una marea”.
Elena Bellei, conduttrice del GdL 'Un libro un film'
venerdì 8 ottobre 2010
Il salotto del martedì - 5 ottobre 2010 - Malamore

Perché gli uomini uccidono? Perché esercitano un tipo di violenza più sottile, meno visibile, che però uccide l'anima? E, soprattutto, perché le donne non si ribellano?
La risposta di Malamore è, in parte, contenuta simbolicamente nella favola della topolina che, a un certo punto (e lì ci siamo fermati a ricordare quel momento che, nella vita di tutti, segna l'inizio dell'età delle seduzione) si mette un bel fiocco rosa e va alla ricerca del suo compagno. Ma che sposo si va a scegliere la topolina presuntuosa? Proprio quello che la mangerà: un gatto. Convinta, la sciocchina, che lei riuscirà a redimerlo, a farne l'unico gatto che mangia verdure.
Uno dei fili rossi che percorrono questo “collage” di storie, per certi versi un po' disomogeneo (a qualcuno ha ricordato i libri della Schelotto ) è l'idea che esista un “programma segreto”, per cui molte scelgono, e tornano a scegliere, proprio chi le umilierà, le farà sentire inferiori, le mangerà.
È come se in queste persone agisse un'idea grandiosa di sé, una vanità che le porta all'autodistruzione: in fondo, la solita idea del masochismo femminile, su cui si potrebbe anche non essere d'accordo.
Quelle che tutti ci siamo sentiti di sottoscrivere sono le pagine riservate alla “mala educacion”, che tante madri riservano ai figli maschi. Se vogliamo estirpare la mala pianta della prevaricazione maschile dobbiamo tutti, uomini e donne, passare a queste nuove generazioni che ci sembrano così fragili una parola chiave semplice ed universale: responsabilità.
Ci lasciamo ripromettendoci di leggere o rileggere un libro cui fa cenno anche Adriano Sofri, parlando di Novi in un articolo apparso su Repubblica, La sonata a Kreutzer, di Tolstoj (che non ammazzò la moglie, però lo scrisse).