martedì 20 marzo 2012

Uomo e donna li creò - 10 marzo 2012 - Biglietto scaduto

Quando ancora non era possibile (fingere di) nascondersi dietro una pastiglia, uomini come Jacques Rainier non potevano che vivere la propria decadenza fisica come un totale fallimento personale.
Romain Gary racconta con tono sincero, senza mai scivolare nella grossolanità, il dramma dell'invecchiamento di un ricco imprenditore ossessionato dal sesso e dal successo, incapace di accettare un passaggio inevitabile e di scorgere una vita dopo la "scadenza''.

Il linguaggio "ormonale'' di Gary, in cui si intrecciano continuamente termini mutuati dal lessico economico e militare, descrive perfettamente la relazione tra sesso, potere e ricchezza, che costituisce il tema centrale di Biglietto scaduto.
Non vi è una vera e propria distinzione tra questi livelli: il sesso è allo stesso tempo una questione di onore personale e una forma di potere sociale, e l'impotenza è perciò una perdita di potere sia privato che pubblico.
L'unica possibile via d'uscita è offerta dalla complicità della ricca e giovane amante brasiliana, dei cui sentimenti però Rainier si rende conto quando è ormai troppo tardi.

Biglietto scaduto potrebbe essere letto come una critica del modello di vita occidentale, e allo stesso tempo come il riconoscimento del fallimento di un modello alternativo (ad esempio quello della Resistenza, ben presente nelle pagine di Gary); in generale, il merito principale di questo libro è di affrontare un tema così "sensibile'' nel modo più fisico ed esplicito possibile, senza mai dimenticare che anche i sentimenti, di fatto, esistono.

Il video di un'intervista rilasciata da Romain Gary in seguito alla vittoria del premio Goncourt per Le radici del cielo può essere visto su:

sabato 10 marzo 2012

Il salotto del martedì - verso "Non è un paese per vecchie", di Loredana Lipperini

Loredana Lipperini, che per molti è solo l'amichevole voce pomeridiana di Fahrenheit (Radio Tre), ha pubblicato per Feltrinelli due libri che affrontano la questione femminile da due angolazioni diverse, illuminando i pregiudizi e le distorsioni che, implacabilmente, offendono il diritto delle donne ad essere considerate soltanto persone, a qualunque età.

Se, infatti, Ancora dalla parte delle bambine (2007), prendendo spunto dal vecchio testo della Gianini Belotti, indaga sui nuovi miti che abitano l'immaginario delle piccole donne di oggi, questo Non è un paese per vecchie (Feltrinelli, 2010) prende in esame un'altra narrazione collettiva, che dagli schermi televisivi, dalle colorate immagini pubblicitarie, dal mondo della rete suggerisce una visione della donna francamente rivoltante.

Va detto che non è una lettura per stomaci deboli, questo libro. Se, giunti a una certa età dopo una vita di lavoro, pensavate di potervi godere le gioie di un sereno pensionamento, dedicandovi con abnegazione alle cure dei nipotini e al volontariato, per essere a vostra volta accuditi nei vostri anni più tardi, disilludetevi: è vero che senza di voi il paese non gira, ma non aspettatevi gratitudine da parte dei giovani, quando l'età vi impedirà di rendervi utili. Monta nel web una canea che si augura soltanto che i vecchi (noiosi, lenti, parassiti) facciano presto a scomparire. Si è seminato bene l'odio, in questi anni, non c'è che dire, e le testimonianze raccolte dalla Lipperini, che tra le altre cose firma un blog molto frequentato, lo dimostrano in modo davvero crudo. I vecchi fanno paura perché sono troppi, sono sempre di più, e i soldi sono sempre meno. Quindi, che spariscano, svaniscano, crepino. E le vecchie? Sono più povere dei vecchi, meno tollerate, anzi espulse. Su di loro, che già fanno parte di un gruppo ben poco amato, si esercita una crudele discriminazione di genere.

I vecchi sono invisibili, ma le vecchie di più. Proibito invecchiare, dice la pubblicità. Proibito addirittura farle vedere, le vecchie. Giusto se sei Rita Levi Montalcini o Margherita Hack puoi comparire in televisione, altrimenti sei relegata nel ruolo di nonnina o di strega o di coguara (se non lo sapevate, la vecchia megera che si paga l'amante giovane). I ruoli che restano sono grotteschi, inscritti nei balletti osceni delle “velone”: manca un immaginario, un racconto collettivo che le rappresenti, ridando loro senso e dignità.

Il messaggio martellante della pubblicità è sempre lo stesso: dopo la menopausa non succede nulla, rimanere eternamente giovani è possibile, se non ci riesci è colpa tua: truccati, tagliati, rifatti, se vuoi esistere. E noi della generazione sandwich, schiacciata tra cura dei nipotini e dei genitori ultraottantenni, senza i soldi per il botox e neanche un toy- boy per consolarci?

Non sarà che dobbiamo spegnere la tivù delle velone, demolendo una volta per tutte il mito dell'eterna giovinezza? Parliamone, ragazze.

Matilde Morotti



mercoledì 7 marzo 2012

Uomo e donna li creò - verso "Biglietto scaduto" di Romain Gary

“Io non invecchierò mai…Ho fatto un patto col Signore”.


Romain Gary, scrittore francese, di origine lituana (il suo nome è Romain Kacev, figlio di un’attrice di breve fama e di un grande del cinema muto) rispetterà il patto, già anticipato nei suoi libri come una premonizione annunciata, mettendo fine alla sua vita all’età di 68 anni, con un colpo di pistola.

Aviatore di carriera, partigiano nella guerra di liberazione insignito con la legion d’onore dal generale De Gaulle, scrittore, giornalista, regista, uomo politico, ambasciatore di Francia, considera la sua attività letteraria, e così anche il sesso, come una valvola di salvezza per il suo straordinario vitalismo e il suo “appetito di vita”, come lui lo chiama. Se vita e scrittura si intrecciano al fondo dell’autenticità di ogni autore che si possa dire tale, in Gary si spinge fino alla mancanza di pudore, specie in La promessa dell’alba definito uno dei più straordinari tributi mai scritti da un uomo alla madre e giuramento di un’ ideale battaglia esistenziale contro le meschinità del mondo; quelle affacciate alla guardiola della portineria a gridare: “sporco americano, sporco russo, sporco arabo, sporco ebreo, sporco negro”. A trent’anni è un eroe di guerra e scrive il romanzo Educazione europea che Sartre giudica in assoluto il miglior testo sulla resistenza. Vince due volte il premio Goncourt, di grandissimo prestigio in Francia, al pari di un Nobel per la letteratura.

I critici lo definiscono un talento dalla personalità eccentrica e dispersiva, e c’è chi trova nei suoi testi il tormento di un uomo in affanno per l’adesione ad un modello virile che non ammette defaillance.

Lituano di nascita, di fede ebraica, migrante assieme alla madre prima in Polonia poi in Francia, costretto in un adattamento sociale e culturale tra mondi incrociati, si definisce un camaleonte che prende il colore dell’ambiente per proteggersi, ma che infine rischia la pazzia su un tappeto di troppi colori. Non nasconde a questo proposito l’influenza dell’amatissima madre che ripone in lui aspettative altissime (le promesse dell’alba, appunto), che, da ragazzo prima e da uomo adulto poi, ricompensa con i suoi innumerevoli successi, tra disarmante sincerità e numerose maschere.

Dice di sé, in una intervista in occasione del premio Goncour all’uscita di Le radici del cielo: “Sono stato occupato a vivere, ora non ho più stomaco per tutto questo appetito”, come se al rallentare di una vita lanciata al massimo intravvedesse già imminente la fine.

E’ questa paura del decadimento fisico, dell’energia intellettuale e creativa, la protagonista principale di Biglietto scaduto, metafora di un viaggio inaspettatamente segnato da un limite di fine corsa, oltre il quale non è concesso andare. La storia è quella di Jaques Rainier, ricchissimo e brillante imprenditore 59enne, ossessionato dall’invecchiamento del suo corpo, e dalla “malattia virile, con i suoi millenni di possesso, di vanità e di paura di perdere”. Accanto a Jaques fiumi di denaro, una giovane amante brasiliana, infelicemente innamorata, e diversi squali del mondo finanziario impegnati in simboliche imprese di salvataggio (mecenati alle prese con Venezia da salvare, prima che sprofondi del tutto, o con la torre di Pisa da raddrizzare, prima che sia troppo tardi). Un linguaggio che tende anche a svelare il significato compensatorio del denaro, e di una cultura “ormonale” (quali sono in definitiva i capitali da investire e da “diversificare”, su cosa puntare per evitare il rischio di “svalutazione”?).

Un registro ironico e dolente di un narratore/attore, apparentemente soddisfatto della sua vita reale e virtuale, che perde di vista l’identità corporale e il senso stesso del limite, si guarda senza riconoscersi e fa dire al suo protagonista: “comincio a spiare il mio corpo come fosse il corpo di un estraneo venuto a prendere il mio posto”.

Il suicidio apparecchiato con cura dal protagonista (“voglio morire pulito”) e nella realtà (dopo aver comperato una vestaglia rossa per non impressionare troppo chi lo troverà) non ha i segni di una patologia violenta, parla piuttosto di un coraggio lucido, del naturale esito di una vita fuori dal comune: cercare in vita l’immortalità e poi morire, anticipando la fine. Dunque ancora una vittoria, il gesto finale del torero vincitore (che porta del toro in trofeo le due orecchie e la coda), perché c’è più coraggio nell’anticipare la morte che nella consapevolezza di doverla accettare. Ma su questa ultima e apparentemente definitiva certezza Jaques Rainier e Romain Gary daranno risposte diverse. E’ certo per noi, il coraggio di Gary che ci riguarda come lettori è quello di aver dato voce alla paura maschile più intima e più antica con crudezza, onestà e poesia.


Elena Bellei

lunedì 27 febbraio 2012

Il salotto del martedì - 14 febbraio 2012 - Accabadora

Michela Murgia, Accabadora, Einaudi 2009

Maria, la quarta figlia femmina di madre vedova, va a vivere in casa di Bonaria Urrai, come fill’e anima
. “Fillus de anima. È così che li chiamano i bambini generati due volte, dalla povertà di una donna e dalla sterilità di un’altra. Di quel secondo parto era figlia Maria Listru, frutto tardivo dell’anima di Bonaria Urrai.” . Tzia Bonaria offre alla bambina casa, futuro, istruzione e anche comprensione, mentre non le impone aspettative.
Il personaggio di Maria viene costruito in una narrazione di formazione: la formazione di una donna un po’ speciale, in un piccolo paese sardo a partire dagli anni Cinquanta, tra passato e modernità.

Maria ci rimane impressa subito per due gesti: le mani che, nel negozio di alimentari del paese, sottraggono le ciliegie e infilano in tasca i frutti, e quelle mani che, con la cura di una piccola donna, giocando tutta sola per terra, impastano una torta di fango e di formiche vive. Si intuisce la solitudine e la frustrazione della bimba, ma anche una spiccata individualità, che, in fondo, è sicurezza di potercela fare. Va insieme a Bonaria, nel giorno della cessione, portando con sé la torta di terra e una sporta piena di uova fresche e prezzemolo; sorride, sebbene vagamente intuisca che ci sarebbe da piangere. Maria ha una fiducia di fondo nei confronti della vita: vuole morderla e impastarla, vuole conoscerla, vuole avventurarsi e per lei Bonaria è la donna che l’ha scelta. Madre è chi ti sceglie dopo la nascita.

Maria è “figlia”, perché sa farsi figlia. Sa accettare di essere curata e cresciuta, sa affidarsi al destino. Il destino le propone madri originali e fuori dagli schemi come Bonaria, che ha elaborato la sua esperienza di vita in modo non convenzionale, ma che è, al tempo stesso, interprete di una tradizione etica ed esoterica della sua gente. Maria sa anche essere figlia della scuola e dell’insegnante , sulla base del riconoscimento reciproco e della fiducia: nella maestra conosce un modello ispirato alla razionalità , alla conoscenza, caratterizzato dalle scelte maturate individualmente. Cresce e si differenzia dalla madre e dalle sorelle per la sua autonomia e volontà di conoscere e scegliere al momento opportuno. Evidenzia un coraggio fuori dagli schemi della società in cui cresce, quello di essere diversa ed assimilata allo stesso tempo; come Bonaria, Maria è radicata nella tradizione e in essa accetta il ruolo, che le viene riconosciuto, ma allo stesso tempo matura una consapevolezza autonoma di sé e del proprio destino.

Maria soggiorna in Continente per qualche tempo: deve mettere questa distanza dalla sua vita con Bonaria, perché incapace di accettare la scoperta del ruolo sociale di
accabadora, impersonato dalla madre adottiva, non sapendo per il momento distinguerla dalla figura solida e giusta, che ben separa il loglio dalla gramigna, che Bonaria è stata per lei.
Durante l’esperienza torinese scopre in sé la capacità di amare, di curare, di venire incontro, scopre la pietas e quel tipo di soccorso umano che richiede l’oscurità, il sussurro, il silenzio, l’ascolto . Scopre di essere richiesta come la persona cui si può con-fidare tutto il proprio abisso di confusione, disperazione e senso di colpa.

Così come nel paese Maria aveva saputo aprirsi all’amicizia di Andrìa, una figura maschile, forse poco “balente” (espressione sarda per indicare il coraggio), ma certo aperta pur nella sua insicurezza.

Come potrà e vorrà riconoscere la propria costruzione futura? Maria sembra lucida, e ben decisa ad ascoltarsi per essere fedele ad un dettato interiore più che alle convenzioni sociali sia della sua ristretta società paesana che dalle convenzioni della famiglia borghese di Torino presso la quale si trova ad accudire i figli.

Bonaria è l’altro personaggio centrale del romanzo. Vecchia sarta del paese, sa portare conforto e dare consiglio: l’accompagna un’aura misteriosa e un rispetto che fa trasparire anche un’ombra di spavento.

Perché proprio lei viene identificata e socialmente riconosciuta nel ruolo di
accabadora, la donna che sa portare la morte pietosa? Consideriamo alcune peculiarità di questo personaggio femminile: è benestante; non ha marito; non ha parentele prossime; ha amato con passione; conosce il dolore e la perdita, ha placato il dolore; è percettiva ed acuta, così com’è acuto il suo sguardo sulle persone e sul loro animo; guarda in silenzio, osserva il destino altrui e lo segue da lontano, con empatia evidente o per meglio dire con senso di responsabilità; sta dentro e fuori la sua comunità: interprete di un codice d’onore antico e potente, elargisce laiche ragioni e comportamenti come complemento alla visione della vita dell’autorità religiosa, dalla quale è distinta, ma della quale non è nemica. Bonaria chiede distinzione e richiama la radice profonda della responsabilità di ciascuno sulle scelte fondamentali della vita, alle quali può partecipare come rispettosa interprete ed esecutrice di volontà sacre e drammatiche.
Questi due personaggi emergono dalla coralità della comunità del paese, dove gli uomini parlano poco e poco direttamente, ma si mandano segnali inquietanti, che il segno della croce degli astanti qualifica subito come una seria minaccia, dove si custodiscono rancori neri e duri come pietre che non possono essere purificate, dove chi è impaziente perisce. Si intuisce anche il possibile cambiamento che verrà portato alla relazioni e al codice etico della comunità dalle donne più aperte alla comunicazione, ma anche più affascinate dal benessere e dal consumo. I temi trattati che innervano la narrazione sono tra i più impegnativi: l’affido, il ruolo delle donne nelle fasi di mutamento sociale, il valore della conoscenza, il nuovo e la tradizione, la comunità arcaica e la modernità aperta, le scelte relative al fine vita, la giustizia e la vendetta. Michela Murgia li affronta, scegliendo una lingua essenziale, ben scandita, efficace, carne vivente dei temi così complessi e drammatici; mostra i personaggi, le loro scelte, la loro vita più che esprimere giudizi; eccelle nella selezione delle descrizioni, che sono brevi, e precise: pochi, importanti tratti per proporre un gesto che veicola emozioni e sentimenti, dalla ricchezza lessicale traspare la ricchezza dello scavo psicologico. Un bel libro che ci congeda pensosi e saldi.

A cura di Luisa Magnani


mercoledì 15 febbraio 2012

Uomo e donna li creò - 11 febbraio 2012 - Modi bruschi. Antropologia del maschio

Sebbene le identità di genere e le loro relazioni costituiscano un argomento ben noto e ampiamente dibattuto, il versante maschile di questo tema non è mai stato esplorato in modo rigoroso e approfondito. Modi bruschi è scritto da La Cecla proprio con l'intento di colmare questa lacuna e sfatare quegli stereotipi e luoghi comuni che pregiudicano un'adeguata comprensione della condizione maschile.

Questo lavoro antropologico e storico offre un'ampia varietà di spunti: può forse essere stata la rapida estirpazione dalla società moderna di ogni forma esplicita di riti di iniziazione (fino ad allora rigidamente controllati), ad avere privato i maschi di un necessario sostegno e conforto? Oppure, al contrario, è proprio un'eccessiva pressione sociale ad essere responsabile dei "modi bruschi"? In generale, l'analisi svolta da La Cecla ripercorre molte delle questioni che caratterizzano anche il discorso sulla condizione femminile: mancanza di modelli o eccesso di modelli? Responsabilità personale o responsabilità sociale? Scomparsa della comunità o incombenza della comunità?

Proprio la complessità di questi temi richiederebbe un approccio più analitico, che andrebbe ad integrare il lavoro di La Cecla, ricco di spunti acuti e interessanti, ma non tutti approfonditi come ci si aspetterebbe. Solo in questo modo sarebbe possibile comprendere a fondo l'identità maschile, e forse anche riconsiderare in modo critico le stesse categorie di genere.

martedì 7 febbraio 2012

Il salotto del martedì - verso "Accabadora", di Michela Murgia

Abbiamo incontrato Michela Murgia a Modena, quando è venuta in biblioteca a parlarci del suo ultimo libro, Ave Mary.
Personalità sfaccettata, quella della scrittrice sarda: narratrice divertente, capace di far ridere fino alle lacrime con la sua tragicomica rappresentazione del lavoro precario (Il mondo deve sapere); intrisa di cultura cattolica, ma anche aliena da ogni dogmatismo, pronta alla provocazione intellettuale e capace di riflettere nel prisma della scrittura letteraria la complessità di altissimi temi filosofici ed esistenziali.
In questo suo Accabadora (Einaudi, 2009), con cui nel 2010 ha vinto il premio Campiello, la Murgia solo apparentemente ci dà un quadretto regionalistico, ambientato nella Sardegna anni '50 ed imperniato sul tema folklorico dell' “accabadura”, cioè una sorta di eutanasia praticata, in un contesto di fortissimi legami comunitari, sui malati terminali. Altrettanto infondata è l'impressione che l'autrice si serva di questo sfondo storico per prendere posizione su problematiche d'attualità, legate al tema del “fine-vita”. In realtà, senza facili certezze, il libro tocca temi universali: la maternità, le scelte che tutti siamo chiamati a fare, il confine tra il giusto e l'ingiusto, la crescita interiore che è, insieme, nascita e morte.
Protagonista del romanzo è, infatti, Tzia Bonaria, un'anziana donna che, su richiesta dei parenti, aiuta gli agonizzanti a compiere l'ultimo passo, liberandoli da intollerabili sofferenze. Quest'attività di Bonaria è avvolta dal mistero: si svolge di notte, in segreto, ed è accompagnata e ritualizzata da procedure di tipo magico, che trasformano la figura dell' “accabadora”, facendone un'ultima, pietosa “madre”. Una simile rappresentazione avrebbe un carattere puramente storico-etnografico, se non fosse resa drammatica dal fatto che noi vediamo tutto attraverso gli occhi di Maria, una figlia non voluta che Bonaria ha preso con sé come “fili'e anima”. Ciò introduce nel libro il tema della maternità elettiva, del legame che non viene dal sangue, ma dall'amore e dall'accoglienza, e contemporaneamente mette in scena la fortissima divaricazione tra due culture: quella dell'anziana legata a tradizioni ancestrali e quella della giovane donna che ha orrore di ciò che scopre e se ne va, ma solo per tornare e comprendere che non bisogna mai dire: “Di quest'acqua io non ne berrò.”
Le due donne simboleggiano dunque il drammatico conflitto tra il mondo arcaico, in cui una collettività stringe in silenzio una rete di patti condivisi, e la modernità incalzante, che pone nuove difficili domande. A queste domande il romanzo non dà risposte precostituite, limitandosi a portare alla luce le tante facce dell'immenso tema della vita e dei suoi due estremi: la nascita e la morte.

Matilde Morotti

mercoledì 1 febbraio 2012

Uomo e donna li creò - verso "Modi bruschi. Antropologia del maschio" di Franco La Cecla


Simone de Beauvoir era convinta che un uomo non si sarebbe  mai messo a scrivere un libro sulla situazione particolare dell’essere  maschio. Per molto tempo, almeno nella cultura occidentale,  il maschile non è stato tema di studio. Maschi si nasce o si diventa? Il desiderio ha un sesso oppure è solo un diverso travestimento di un desiderio identico? Libido, istinti, pulsioni, possono essere riconducibili ad un’ unica lettura?

Nel frattempo le donne, sulla condizione femminile, hanno spaccato il capello in quattro. Hanno indagato dentro diversi mondi, dal biologico al sociale, dallo storico al politico, lavorando anche per loro. Si sono organizzate per aprire gli occhi ai miopi, per smentire i bugiardi, per decapitare i giganti, per smascherare le  loro stesse complicità, e tentare di riscrivere storia.

Secondo Franco La Cecla, antropologo (Modi bruschi, ed. elèuthera), le donne hanno prodotto anche miseri stereotipi sugli umani di sesso maschile, e provocato reazioni altrettanto stereotipate e misere da parte di molti di loro (un piccato orgoglio maschile, oppure un’autoflagellazione umiliata, più rara).

 “Come se - dice La Cecla - la politicizzazione delle identità sessuali avesse spento la capacità di scavare, di costruire un’ archeologia delle identità sessuali”. Come se la granitica posizione politically correct, che tende a identificare la mascolinità con il dominio, non ci avesse lasciato la libertà di guardare, di osservare meglio, di cercare e anche di trovare. Maschio e femmina non sono due attributi idraulici – dice La Cecla - due diverse maniere di eccitarsi, sono due diverse antropologie. Siamo prudenti dunque a generalizzare, e nell’attribuire i nostri stessi desideri all’altro genere (così come sbaglieremmo se volessimo proiettare il nostro sentire sui nostri antenati o  trasferirlo su altre culture). Relativizziamo!

L'antropologia potrebbe avere un grosso ruolo da giocare nei Gender Studies, perchè fa andare avanti i fenomeni, fa proseguire gli scavi archeologici dell'identità senza farsi imbrigliare da comodi ideologismi.

E’ vero, e fino qui ci siamo. Ma poi?  Dove lo troveremo questo uomo, se lo troveremo.  L’antropologia ci dice che la mascolinità fa parte di una pratica, di un campo d’ azione, di maniere introiettate a un tale livello da sembrare naturali,  e nella durezza (i modi bruschi) della costruzione maschile c'è un’ ambiguità da comprendere: si diventa maschi rinunciando a morbidezze e rotondità, perchè questa è la condizione. L'identità taglia via delle cose, e dunque siamo parziali (uomini e donne). Non sarà  in questa stessa parzialità l'origine del desiderio dell'altro? Non sarà proprio questa incompletezza che ci rende interessanti agli occhi dell'altro? Dunque un incontro è possibile solo in termini di malinteso, c’è una sorta di rimpianto nel guardare il femminile per tutto ciò che maschile non è, e un uguale rimpianto nel tentativo di dare al femminile tutto ciò che il maschile pensa di essere, e non è.

“Le donne in definitiva non sapranno mai cos’è davvero la mascolinità e gli uomini saranno delusi quando crederanno di averla trovata. Le identità sessuali devono sfuggire di mano come anguille. Chi volesse levar loro il liquido vitale del malinteso si troverebbe tra le mani solo organi freddi”.

Un bel libro, politicamente scorretto, da leggere con sospetto e gratitudine.