mercoledì 9 marzo 2011

Leggere con Ugo Cornia - 2 marzo 2011 - La cantina

“I pomeriggi del sabato io li ho sempre vissuti come un momento quanto mai pericoloso per tutti, la scontentezza nei confronti di se stessi e degli altri, e l'improvvisa consapevolezza di essere in effetti individui sfruttati e condannati per sempre a condurre un vita senza senso producevano quell'atmosfera alla quale le persone si abbandonavano per lo più con una radicalità spaventosa [...]Quando cessa il lavoro, cominciano le malattie, compaiono improvvisamente dei dolori, il famoso mal di testa del sabato, il cardiopalmo del sabato pomeriggio, repentini deliqui, esplosioni di collera. Per tutta la settimana le malattie sono tenute a bada, placate dal lavoro o anche da una semplice occupazione, ma il sabato pomeriggio si ripresentano e l'essere umano perde subito il proprio equilibrio” (p. 68-69).


Con la lettura di questo brano Ugo Cornia comincia l'incontro con il gruppo, dopo la lettura de La cantina di Thomas Bernhard.

Il ricordo dei sabati pomeriggio ci introduce in questo 'capitolo' della produzione autobiografica di Bernhard, che si articola in cinque volumi, e lo rivela come artista della esagerazione e della ripetizione.
Infatti un primo aspetto che viene messo in evidenza dai presenti, a cui Cornia lascia la parola, è lo stile: le continue ripetizioni nella narrazione sono risultate per alcuni la condizione per una lettura scorrevole mentre ad altri hanno comunicato noia e ritorno egocentrico su se stesso da parte dell'autore.

Da notare anche l'uso del corsivo che viene introdotto per sottolineare le situazioni e i personaggi a cui l'autore ritiene di attribuire un peso maggiore nel corso della narrazione. Un esempio è la ricorrenza, in corsivo, dell'affermazione 'direzione opposta' che segnala una svolta importante nella vicenda narrata: il giovane Thomas decide di abbandonare il ginnasio e di cercare un'occupazione che sia collocata in un luogo diametralmente opposto rispetto alla scuola nella città di Salisburgo.

È questa una vera e propria fuga, che allontanerà il giovane da ciò che vuole distruggerlo – 'io sono fuggito in preda ad un'angoscia mortale dentro l'ufficio di collocamento, capovolgendo nel giro di pochi minuti tutto dentro di me e opponendomi a tutto': dalla 'micidiale cappa della scuola e delle sue costrizioni didattiche' , 'non volli più essere una delle migliaia e centinaia di migliaia e di milioni di vittime della macchina per imparare', per cominciare finalmente un'esistenza utile.

Questo cambio di direzione rappresenta la vittoria dello scrittore su se stesso; il pessimismo che alcuni hanno colto nella lettura del libro, sembra così contraddetto da questa ricerca della felicità e nell'abbandono dell'idea del suicidio che aveva accompagnato tutti i suoi anni di studio. In questo, si è evidenziato il delinearsi di un percorso di individuazione dell'uomo oltre il tempo e lo spazio; uno sforzo di esserci pur nel degrado sociale e nella noia esistenziale.

'Gli altri esseri umani li trovai nella direzione opposta' ed è proprio nella cantina di Karl Podlaha nel quartiere di Scherzhauserfeld che il giovane Bernhard conosce la forma peggiore di degrado sociale : 'vado nell'anticamera dell'inferno' ma paradossalmente è proprio qui che da 'uomo libero' Bernhard ritrova non solo il piacere di incontrare gli altri, quelli del mondo reale, ma anche il piacere della fatica, quella che si sopporta perché è utile a sé e agli altri, ed il piacere di studiare non aride discipline, ma metodi professionali per la gestione del commercio.

Un altro concetto che è stato sottolineato nella lettura del libro è la definizione di verità riportata nel libro:
“Ciò che viene descritto mette in luce qualcosa che corrisponde sì alla volontà di verità di colui che lo descrive, ma non corrisponde alla verità, perché la verità è assolutamente incomunicabile”.
Con una sorta di adesione alla filosofia nichilista, si riconosce che la verità è solo nella percezione dell'attimo senza nessuna possibilità di comunicazione.

Ed allora non ci stupisce ma ci affascina la conclusione del volume che restituisce valore al quotidiano nella sua ripetizione, nella sua continua ricerca della felicità e nello sforzo di trovare se stessi.
“Si scoprono le carte, un poco alla volta. L'idea era quella di rintracciare l'esistenza, la propria non meno delle altre. Noi ci riconosciamo in ogni uomo, chiunque egli sia, e siamo condannati ad essere quest'uomo fin quando dura la nostra esistenza. Noi siamo tutte queste esistenze e tutti questi esistenti insieme e andiamo alla ricerca di noi stessi, però non ci troviamo per quanto tenaci siano i nostri sforzi. Abbiamo sognato la sincerità e la chiarezza, ma tutto ciò è rimasto un sogno. Abbiamo spesso rinunciato e spesso ricominciato, e ancora molte volte rinunceremo per poi ricominciare. Ma tutto è lo stesso”.

Nelle contraddizioni, nelle ripetizioni mai identiche a se stesse, si esprime il senso della letteratura che in quanto arte si manifesta anche dove 'tutto è lo stesso'.

In conclusione ha ripreso la parola – o meglio “ci ha rimesso la voce” - Cornia, per leggere un brano tratto da un altro volume dell'autobiografia, Un bambino, dove la strampalata famiglia del protagonista è descritta come una specie di famiglia circense, sempre in equilibrio su una fune.

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