Figlio di un pastore protestante, appartenente ad una famiglia numerosa,
Bernhard Schlink studia Diritto per imposizione paterna, fino a diventare giudice alla Corte Costituzionale. Uomo eclettico – viaggia attraverso l'Europa in autostop, vende bijoux ai mercatini, si interessa di chinesiterapia – si impegna con passione nel dibattito politico contemporaneo, confrontandosi su temi etici e morali, forte dell'idea, inculcatagli dal padre, che il Diritto sia l'unica disciplina in grado di aiutare fattivamente l'essere umano.
A voce alta è l'esempio di questa sua passione per le questioni etiche. Con un linguaggio piatto, non ricercato, tutt'altro che lirico, affronta temi difficili in cui il Diritto viene a collidere con tematiche umane, troppo umane, che dividono le opinioni e lasciano più dubbi che certezze. Al contrario, la protagonista del libro è una donna che, per nascondere una lacuna comunque perdonabile – il suo analfabetismo –, compie (supposti) atti terribili con la nonchalance di chi vive la quotidianità senza porsi troppe domande.
Il tema principe può essere identificato in un senso di colpa costante, che informa tutto il libro: il complesso di colpa irrisolto di Michael Berg che decide di costringere Hanna in una nicchia, di non riservarle un posto nella sua vita reale, travolto da una foga adolescenziale più votata all'amicizia con i coetanei e allo studio, che ad un amore clandestino; ma anche il senso di colpa di Hanna per il suo analfabetismo, che per la religione protestante è un'onta, così come per il Nazismo e la sua aspirazione alla perfezione. La colpa di Michael è anche quella di avere amato Hanna a tal punto da non essere più riuscito a stabilire un rapporto d'amore vero; la colpa di aver continuato ad amare chi ha commesso atrocità, colpa che si lega indissolubilmente con un altro sentimento imperante nel libro: la vergogna.
Michael, non solo si vergogna di Hanna, ma appartiene anche alla generazione dei figli di chi ha lasciato dilagare il Nazismo. A differenza dei propri coetanei, però, che non hanno colpa delle scelte di genitori conniventi o addirittura carnefici, Michael sente tutta la responsabilità di avere scelto Hanna. Per non soccombere al senso di colpa, deve rinunciare ad amarla.
Hanna è una strana creatura in bilico tra la carnalità animale, la fisicità estrema, una sensualità quasi oscura e una passione per la lettura altrettanto marcata. Parallelamente, il libro è un'esibizione di corpi: il corpo malato di Michael che vomita, il sesso a tutte le ore di corpi mai sazi, il rito del bagno e del prendersi cura del corpo, i corpi delle prigioniere che bruciano nella chiesa, infine il corpo appeso nel carcere. Eppure il libro è un inno alla non-corporeità della lettura, quella evanescente a voce alta, ma anche quella potenziale, ammirata nella librieria del padre di Michael.
Hanna non è una sciocca, ma la vittima di una vergogna imperante. Risulta difficile pure definirla nazista: sembra essersi ritrovata in certe circostanze per banali coincidenze e, in ogni caso, per non lasciar traperlare il suo segreto. Quando Hanna, al processo, per ben due volte, chiede al giudice cosa avrebbe fatto al suo posto – e lo chiede senza ironia, ma con vero interesse – anche il lettore più intransigente percepisce il relativismo di questa storia, peraltro reso ancora più forte dai tanti non-detti sul passato della protagonista. La stessa colpevolezza di Hanna è messa in dubbio e mai chiarita.
Negli Stati Uniti il libro è stato aspramente criticato, in quanto Hanna, simbolo del Nazismo, diventa quasi una vittima, per la quale è anche possibile provare simpatia. Il libro pone l'accento sull'ignoranza, primo motore degli atti di Hanna, la cui infamia è avere, in fin dei conti, fatto il proprio 'dovere' di guardiana: il male commesso con la stessa facilità con cui si timbra il cartellino. Fondamentalmente Hanna è nazista perchè ignorante tanto che, non appena, grazie alla lettura, riesce finalmente a comprendere i suoi crimini, non può più vivere nel mondo e si suicida. La spiegazione della nascita del Nazismo, secondo alcuni, è stata quindi banalizzata e ridotta unicamente all'ignoranza delle persone.
A proposito di
banalizzazione del male, va notato il parallelo tra la trama di
A voce alta e la vicenda di
Hannah Arendt che, da studentessa, ebbe un'appassionata storia d'amore con il suo professore Martin Heidegger, scoprendone solo in seguito le simpatie naziste e prendendone, ma non del tutto, le distanze.
Altro tema significativo del libro è il torpore, l'oblio del mondo per continuare a vivere, lo stesso che ha permesso ai prigionieri nei campi di concentramento, di non crollare di fronte all'orrore e sopravvivere. Un effetto anestetizzante, dunque, che però non può essere perdonato in chi ha visto e taciuto. Il libro, infatti, sembra non puntare tanto il dito contro gli artefici della tragedia, quanto verso i complici, chi ha accettato senza opporsi, divenendo in modo subdolo e vigliacco connivente dell'efferatezza dei criminali, come i paesani che, alla stregua delle guardiane, non hanno aperto le porte della chiesa.
Se fossi nelle condizioni di non poter leggere autonomamente, quale libro vorresti poter ascoltare da una voce amica, a voce alta?