martedì 1 ottobre 2013
martedì 21 maggio 2013
Il salotto del martedì - 14 maggio - Casa d'altri, di Silvio D'Arzo
Fine d'anno serio e riflessivo,
dedicato a uno scrittore forse dimenticato, forse morto troppo
presto, uno di quegli autori un po' eccentrici ed isolati (Delfini,
Cavani) che ogni tanto spuntano da noi, in Emilia.
Silvio D'Arzo era sicuramente una
persona speciale. Figlio illegittimo, legatissimo alla madre (che forse traspare in controluce nel
personaggio della vecchia, protagonista di Casa d'altri)
desiderava ardentemente la gloria della pubblicazione – ma Casa
d'altri uscì postumo - eppure si nascondeva dietro una quantità
di pseudonimi. Per vivere faceva il professore e, cosa ben rara anche
oggi, riusciva ad incantare gli studenti con spericolati passaggi dai
Promessi Sposi alla letteratura inglese, di cui era finissimo
interprete. Morì a trentadue anni, di leucemia; è ancor oggi
ricordato quasi solo per un'unica opera, che periodicamente suscita
l'entusiasmo dei lettori, da Montale a Tondelli.
La storia è così esile che si può
riassumere in poche parole: subito dopo la guerra, sull'Appennino
reggiano, una povera donna stanca della sua misera vita chiede al
parroco una deroga dalla proibizione di uccidersi. Vuole farla
finita, ma col permesso della Chiesa. Il prete, condannato da molti
anni alla stessa vita senza luce di speranza dei suoi parrocchiani, è
prima attratto dal mistero di quella solitudine, poi, quando dopo
tante esitazioni la domanda è finalmente espressa, si scopre
disarmato ed impotente di fronte alla disperazione della vecchia: non
ha più parole, non sa consolarla né dissuaderla né indicarle una
certezza. Può soltanto farsi toccare da quella tragedia, che è
anche la sua personale tragedia e quella di tutti gli uomini. Non
sappiamo se la vecchia, alla fine, si uccide o muore di morte
naturale. Comprendiamo solo, assieme al prete, che il mondo in cui
siamo gettati è “casa d'altri”, dove stiamo in affitto; e la
morte vuol dire tornare a casa.
Tutto questo in una cinquantina di
pagine; ma che tensione stringe il racconto, in un gioco di luci ed
ombre, silenzi e rallentamenti, simmetrie e rimandi interni. Gli
eventi sono minimi (rotola un sasso, passano ombre, il cielo trascolora) ma
intrisi di risonanze tutte interiori. È
un mondo arcaico, fuori del tempo, su cui incombe un senso di
fatalità e di tragedia. Sappiamo fin dall'inizio che ci sarà una
catastrofe, che qualcosa succederà, ma quando e come e che cosa,
questo non ci è dato sapere.
Naturalmente, dato l'argomento, si è
parlato molto di cose che negli anni '50 sarebbero state intese in modo meno laico, come ad esempio il
suicidio assistito. Il libro stimola, senza dare certo facili
risposte. Qualcuno tra noi vede in questi cuori in inverno la fioca
luce di una stoica consapevolezza, più preziosa di una speranza. Ci
lasciamo con molti interrogativi, certi però di aver affrontato una
lettura significativa.
Matilde Morotti
martedì 23 aprile 2013
Il salotto del martedì - Il buon uso del mondo, di Salvatore Natoli
Salvatore
Natoli, Il
buon uso del mondo. Agire nell’età del rischio,
Mondadori, 2010
Il
titolo del libro non racchiude in sé il tema trattato. Parlare del
“buon uso del mondo” dopo secoli (soprattutto il XX) di azione
economica dedita allo sfruttamento selvaggio del pianeta, è impresa
ardua, com’è ardua l’inversione di rotta per riportare lo
sviluppo su posizioni accettabili e compatibili con il rispetto
dell’ambiente.
Natoli
parte da lontano, dal “fare e agire” aristotelico; il fare è
qualcosa che transita, l’agire permane; il fare, quasi sempre,
significa buttarsi nella mischia per sfuggire alla marginalità
sociale, l’agire è esattamente l’opposto: trovare la ragione del
fare per cambiare. Nell’agire c’è tutto il sapere materiale e
intellettuale, che nel lavoro trova la sua realizzazione. Profonda è
la connessione tra lavoro e libertà.
Nell’antica
Grecia Aristotele vede nell’ozio, che non è il dolce far niente,
una capacità di saper impiegare il tempo. Per praticare l’ozio
bisogna possedere la sapienza, il valore, la moderazione, in breve la
virtù.
Come
gruppo ci siamo soffermati a lungo su questo punto: l’argomento era
troppo interessante per non discettare e riflettere sul perché del
moderno significato dis-attivo dell’ozio, dello staccare la spina.
Alla considerazione del lavoro come fatica si contrappone il non far
niente come recupero delle energie psico-fisiche.
Homo
oeconomicus: denaro-produzione-consumo, circolo vizioso o
benefico, dipende dai punti di vista: già nel XVIII secolo si era
capita l’importanza di tale motore; Montesquieu: “Se i ricchi non
spendono a piene mani, i poveri moriranno di fame”. La crisi
odierna fotografa un’identica situazione, basta sostituire “ricco”
con “classe media” e l’attualizzazione è fatta.
Veniamo
al significato più stretto del titolo, che allude alla sostenibilità dei consumi:
Natoli chiama in causa Spinoza, quando delinea il profilo della
“condotta razionale”, poiché la filosofia non è astratto
pensiero, ma criterio di vita, criterio regolatore della condotta
degli uomini. Il consumo non è male se si inserisce nel “buon uso
del mondo”. Consumare con giudizio. Gli individui devono acquisire
competenza per capire quale tipo di consumo fa crescere e quale
vizia. A mio modesto avviso il discorso diventa pedagogico e
aleatorio: consumare cose utili o inutili, valutare l’indispensabile
e il superfluo… si potrebbe andare all’infinito senza giungere a
conclusioni. Natoli cerca agganci col pensiero sociologico
contemporaneo di Serge Latouche, ma non riesce a dipanare la matassa
tra consumi che fanno bene al mondo e consumi dannosi. Se pensiamo
ai paesi emergenti che stanno crescendo a ritmi vertiginosi e non
badano troppo al buon uso del mondo, come possiamo noi Occidentali
che per secoli abbiamo consumato di tutto e di più salire sul
pulpito e predicare decrescita, sobrietà, frugalità a miliardi di
persone che lavorano per qualcosa di più del nulla?
Per
Natoli neanche un discorso di etica può configurare una condivisa
visione del mondo in senso antropologico; troppo spesso la si
confonde con l’osservanza delle regole e delle norme, come un
fastidio formale. Natoli riscopre nell’ethos il posto da vivere,
di cui avere cura. A tale scopo, ancora una volta chiama in causa
Aristotele: “l’uomo è un animale politico”, quindi è la
politica che consente agli uomini di cooperare tra di loro in vista
del bene comune.
Infine,
nel capitolo dedicato alla democrazia, Natoli cita Pareto quando
parla della vocazione delle élite ad esercitare il potere , ma anche
della necessità del ricambio delle stesse per evitare degenerazioni
della democrazia.
Utili
appaiono gli accenni alla rete come mezzo di informazione e non di
formazione. Inoltre Natoli vede bene un ritorno all’associazionismo,
nelle sue svariate forme: partito, volontariato, comitati…, mezzi
utili ad allargare la sfera pubblica dei processi formativi e
decisionali della politica.
Tarcisio
Maracchioni
venerdì 19 aprile 2013
Sotto lo stesso tetto - 13 aprile - Cassandra, Christa Wolf
Con la lettura di Cassandra di Christa Wolf siamo giunti al termine del ciclo di incontri
Sotto lo stesso tetto dedicato al tema della
famiglia nella letteratura contemporanea tedesca. Nel corso di questo viaggio
intrapreso lo scorso ottobre in compagnia degli attori de Il ratto
d’Europa e di un folto gruppo di appassionati di letteratura, ci siamo
addentrati in diversi luoghi ed epoche storiche per esplorare i
lati più oscuri dei rapporti familiari non potendo evitare di raccontare anche
qualcosa di noi stessi. Ci siamo lasciati con un’opera moderna che alle
famiglie letterarie finora discusse ne ha aggiunto un’altra, la più antica di
tutte, la stirpe di Cassandra, discendente prediletta di Priamo, Re di Troia, e
di sua moglie Ecuba. Poiché la lettura di un testo continua anche dopo la
riunione del gruppo, torno a pormi la domanda che ci siamo fatti sin dall’inizio:
perché la Wolf fa rivivere la figura mitologica di Cassandra? Considerando il
contesto storico-politico in cui nasce l’opera, ovvero quello della Repubblica
democratica tedesca (DDR) all'inizio degli anni '80, è difficile non pensare che Cassandra, imprigionata
dai Greci, conquistatori di Troia, sia un pretesto per parlare
della propria realtà politica la cui dissoluzione in quegli anni si avverte come imminente. Ripercorrendo
a ritroso la storia dell’illustre eroina troiana, la Wolf sembra evocare per
mezzo del mito la sua stessa esperienza di donna e intellettuale impegnata politicamente
nella DDR, dal cui regime prende progressivamente le distanze, seppur senza
distaccarsi definitivamente, in quanto quello Stato, nonostante le sue profonde
debolezze, è l’unico a cui si sente di appartenere. Se oggi una parte di noi lettori, come è emerso durante la discussione,
ritiene questo testo in qualche modo datato perché tratta alcuni temi
storicamente superati, d’altra parte resta il fatto che la stessa dimensione
mitologica dell’opera restituisce al suo contenuto quell’universalità
interpretativa che ci permette di osservare in maniera atemporale i meccanismi
del potere, i suoi strumenti e gli effetti sulla natura umana. Il limite della
discussione è stato forse nella tendenza della conduttrice di cercare le chiavi
interpretative dell’opera nella critica esistente, piuttosto che lasciarsi
trasportare dall’energia del testo. Nonostante ciò la discussione,
accompagnata dalla suggestiva voce dell’attrice Donatella Allegro che ha letto alcuni
brani dell’opera, è riuscita avvincente grazie alla vitalità del gruppo di
lettura che, come sempre, ha sfidato con
gusto e curiosità il libro proposto.
martedì 26 marzo 2013
Sotto lo stesso tetto - 16 marzo - La lingua salvata, Elias Canetti
La lingua salvata è il primo dei
tre libri di memorie di Elias Canetti, in cui questo celebre scrittore, insignito del premio Nobel nel 1981,
ripercorre la storia della propria infanzia e adolescenza dalla nativa
Rustschuk in Bulgaria, attraverso Manchester e Vienna fino a Zurigo. Una
giovinezza segnata da frequenti
spostamenti, dall’apprendimento delle lingue e culture diverse nei luoghi di
nuovo insediamento, ma anche e soprattutto dalla morte prematura del padre che creerà
nuovi equilibri nelle relazioni familiari mettendo al centro il rapporto di
Elias con la madre. In queste pagine di straordinaria immediatezza e ricchezza
letteraria, peraltro magistralmente tradotte dal tedesco da Amina Pandolfi e
Renata Colorni, Elias Canetti appunta i ricordi, gli episodi della propria vita
cruciali per la formazione della sua personalità poliedrica e della sua
successiva concezione del mondo. Sullo sfondo delle grandi tragedie
dell’umanità che si consumano negli anni narrati in questo primo volume – le guerre balcaniche, la prima
guerra mondiale, la dissoluzione dell’Impero asburgico, la Rivoluzione russa –
Canetti racconta l’esperienza profondamente intima della propria crescita
all’interno di una famiglia ebraica di vocazione commerciale, ma fortemente
attenta a coltivare e a diffondere tra i suoi membri interessi culturali nel
campo scientifico, letterario, musicale, artistico. Soffermandosi sui momenti
più drammatici e intensi della propria esistenza – i primi divieti e tabù, il
decesso del padre e le crisi depressive della madre, i successivi contrasti
familiari, il confronto con i compagni di scuola e gli insegnanti nel
contesto storico-politico delle società in cui di volta in volta si trovava a
vivere - Canetti ci fa riflettere su come il progresso, il miglioramento e
l’affermazione dei singoli e la conquista della loro libertà individuale non
conosce altre vie se non quelle dei perpetui sacrifici e delle dolorose, seppur
necessarie, lotte personali.
Centrale
comunque resta nella formazione di Canetti, come già accennato, il rapporto con
la madre sui cui si è incentrata in gran parte la discussione del gruppo di
lettura condotta da Audrey Fahrtmann e Iris Faigle. Con la morte improvvisa del
padre, la madre diventa il principale punto di riferimento dei figli, in
particolare del primogenito Elias che assorbe tutte le sue attenzioni ed
energie intellettuali. Il lutto della madre si risolve con il trasferimento al
figlio della conoscenza della lingua tedesca, la lingua degli affetti e
dell’intimità coniugale nella quale sin dal periodo degli studi viennesi lei amava
conversare con il marito. Ma anche questo atto di autopreservazione culturale ed emotiva non è privo di traumi per il piccolo Elias costretto in poco tempo ad
apprendere una lingua del tutto incomprensibile. L’accesso al tedesco, a una
lingua di cultura, fino a quel momento riservata esclusivamente ai genitori,
assicurerà a Elias un posto privilegiato nelle conversazioni con la madre, la
partecipazione alla sua vita interiore. È in questa lingua, dolorosamente
appresa, che Canetti scriverà il suo primo dramma, farà amicizie letterarie, discuterà
sulle questioni del mondo, leggerà i grandi classici della letteratura tedesca,
manterrà viva la propria voce.
La
rilettura de La lingua salvata, un romanzo per eccellenza europeo, è stata resa
ancora più incisiva e stimolante dall'interpretazione giocosa e creativa di alcuni brani da parte dell'attore Simone
Tangolo del Ratto d’Europa.
giovedì 14 marzo 2013
Il salotto del martedì - 12 marzo 2013 - La donna giusta, di Sandor Marai
Sándor
Márai, La
donna giusta, Adelphi 2004
Si può partecipare al
gruppo di lettura senza aver letto il libro in esame, oppure avendolo
letto soltanto in parte? Si può. Il gruppo di per sé è nutriente;
alle volte un buon libro si dimostra penetrante anche se viene
soltanto raccontato o commentato dai pochi o i molti lettori presenti
nel gruppo; l’entusiasmo o la ripulsa, la passione delle
discussioni, i volti accaldati, gli occhi di quelli che l’hanno
letto comunicano tanto tanto.
Nella conversazione
qualcuno sostiene che La donna giusta
è proprio un bel romanzo, interessante, talora difficile per quello
che sembra continuamente rivelare e nascondere allo stesso tempo;
qualcuno, a questo punto, avvisa il resto del gruppo che le loro
prossime letture di Márai,
Le braci ad esempio,
saranno ancora più straordinarie.
Qual è il tema principale
del romanzo? Inizialmente sembra essere l’amore, ancora una volta
l'amore: tre monologanti si analizzano e analizzano dal loro punto di
vista le relazioni che hanno intrecciato. Un uomo, la prima moglie e
la seconda. Relazioni malriuscite, impossibili, psicologicamente per
larga parte crudeli e violente. Anche dopo l’abbandono o le
separazioni rimangono batticuori, rimpianti, mancati possessi,
incompletezze, asprezze.
Le due donne, attraverso
il matrimonio con Péter, mettono in moto
un’evoluzione profonda della consapevolezza di quello che sono come
donne; con la separazione, forse, acquisiscono un’individualità
caratterizzante che nel matrimonio era loro negata in quanto
schiacciate a interpretare un ruolo.
Marika, la prima moglie ha
trovato il rispetto verso la propria indipendenza, verso una vita
quieta di piccole sincere gioie senza compromessi, tuttavia non
sembra del tutto pacificata, pare mantenere in sé il senso della
sconfitta, di non essere stata capace sino in fondo a interpretare
l’essenza del vivere borghese del marito e della sua famiglia.
Judit, la seconda moglie,
viene da un infimo proletariato, quello che convive col fango e con i
topi; incarna un’energia vorace e vendicativa: forte e
intelligente, dimostra di saper imparare bene la lezione del vivere
borghese, ma comprende che al massimo potrà essere apprezzata come
una vincente del demi-monde ; ma Judit vuole affermare se stessa, non
sarà mai un possesso del borghese Péter, lei vuole possederlo come
gli oggetti di lusso di cui si appropria, senza peraltro esserne
veramente interessata.
Péter è nato in una
ricca famiglia dell’alta borghesia del centro Europa, che vive come
una casta, con tutto lo splendore delle sue “virtù”: eleganza,
cultura, cura di sé, del proprio status, tradizione, distinzione; la
sua esclusività attrae e respinge allo stesso tempo.
Péter si può inchinare
verso una donna, ad un certo punto si inginocchia davanti a Judit,
che è stata assunta dalla sua famiglia come domestica, ma appunto
abbassandosi ne sancisce l’inferiorità. Gli abiti di Péter, i
suoi modi, ogni suo gesto decretano la sua superiorità, che gli
viene dal fatto che non ha dovuto imparare ad essere “distinto”:
egli è già incarnato nella perfezione del ruolo. Péter non può
darsi mai totalmente perché, che lo sappia o meno, il suo compito è
di passare a un figlio, in eredità, il privilegio di incarnare la
sua separatezza di appartenente alla casta; ogni dispersione gratuita
è proibita; una moglie viene coperta di gioielli e di abiti adatti
alla “scena” della rappresentazione della superiorità borghese:
questo le si può dare.
Ma l’amore è veramente
il tema principale o l’unico tema del romanzo? La vita e le
relazioni dei personaggi de La donna giusta
sono incarnate nella storia del Novecento, dell’Europa che vede il
crollo degli Imperi; le due guerre mondiali; il rimescolamento delle
classi sociali, del potere e dei beni; l’emergere di nuove
individualità senza cultura egemonica, senza tradizione, alle quali,
nel mondo occidentale, viene infine offerto il consumismo come
risarcimento.
Merita qualche
considerazione a parte il personaggio di Lázár, lo scrittore di
successo, che nel corso delle vicende del romanzo entra in intimità
con tutti i personaggi come ogni buon creatore di storie, ma in
realtà sta anche sempre fuori, in disparte, in solitudine e
considera con sfiducia l’umanità che ascolta e descrive.
Anche Márai sentiva con
forza di avere il compito della scrittura per illuminare la sua e la
nostra epoca, ma la sua vera aspirazione era il silenzio
nell’isolamento.
Il
gruppo di lettura si scioglie; ognuno di noi ha segnato nei propri
appunti titoli di libri da leggere per andare più a fondo.
Luisa Magnani
mercoledì 6 marzo 2013
16 marzo - prossimo appuntamento "Sotto lo stesso tetto"
Il gruppo di lettura non richiede iscrizione ed è aperto a tutti!
Hai letto La lingua salvata di Elias Canetti?
Ci vediamo nella Sala conferenze della Biblioteca Delfini dalle 15 alle 17 per confrontare le nostre esperienze di lettura.
L'incontro sarà condotto da Audrey Fahrtmann e Iris Faigle (Scuola DaF Modena).
Hai letto La lingua salvata di Elias Canetti?
Ci vediamo nella Sala conferenze della Biblioteca Delfini dalle 15 alle 17 per confrontare le nostre esperienze di lettura.
L'incontro sarà condotto da Audrey Fahrtmann e Iris Faigle (Scuola DaF Modena).
venerdì 22 febbraio 2013
Sotto lo stesso tetto - 16 febbraio - Il morto di Passy, Barbara Bongartz
Barbara
è una regista e scrittrice tedesca che da neonata
fu abbandonata da sua madre e adottata da una coppia senza figli. I genitori
adottivi di Barbara hanno ormai una certa età, sono separati da molti anni e
vivono ciascuno per conto proprio in residenze per anziani, la madre a Zurigo e
il padre da qualche parte vicino al confine olandese. Pure Barbara è divorziata
dal marito e ha una relazione a distanza con Viktor che lavora come diplomatico
in Afghanistan. Sono ormai molti anni che Barbara ha interrotto i rapporti con
il proprio padre adottivo, un uomo egoista che aveva a lungo tradito e umiliato
la moglie. Pur conoscendo sua madre naturale,
Barbara non è mai riuscita a scoprire l’identità del suo vero padre di cui però
sa che viene dal Sud della Francia. È
forse questo l’elemento mancante per cui a un certo punto della sua vita Barbara
si abbandona al richiamo di una lettera anonima che la porta a Parigi al
funerale del suo presunto padre, Alphonse Steiner. Un improvviso colpo di scena,
di cui lei stessa si crede protagonista, diventa il pretesto per immaginare una
storia diversa delle proprie origini, in cui lei sarebbe frutto di una
relazione romantica tra sua madre adottiva e un uomo pieno di qualità,
l’opposto di suo padre adottivo.
L’autore
della lettera anonima è Bernd Hecking, un conoscente del defunto Alphonse
Steiner e amico d’infanzia di Barbara. L’idea
bizzarra di Bernd doveva essere una risposta scherzosa alla recensione di un
romanzo di Barbara che nel frattempo era diventata scrittrice. Per Bernd il successo letterario
della sua amichetta d’infanzia è prova di quella fervida immaginazione che
Barbara nutriva sin da piccola quando giocando davanti a sua madre ipotizzava
di essere figlia di altri genitori. In
un incontro dopo il funerale Bernd scopre che Barbara non si è prestata al
gioco della lettera perché ha voglia di divertirsi, ma perché è veramente alla
ricerca di una risposta alla sua complicata e confusa identità di persona
abbandonata e adottata. Quelle
che Bernd da piccolo credeva fossero divertenti fantasie, erano in realtà
manifestazioni di un sentimento di disagio e di diversità di Barbara nei confronti dei propri genitori che solo
successivamente ha scoperto essere adottivi.
Diversi
partecipanti all’incontro, condotto dalla traduttrice del libro Claudia
Crivellaro, si sono giustamente chiesti perché l’autrice, nonostante fosse da parecchio
tempo a conoscenza della sua storia familiare, si è fatta trascinare in un
gioco sui propri genitori del tutto irrealistico? Perché ha avuto bisogno di
immaginarsi figlia naturale di sua madre adottiva e di un elegante banchiere francese
inscenando una storia da romanzo rosa?
Forse
perché, come mi pare ipotizzi anche l'autrice, in assenza di solidi punti di
riferimento nella propria vita era propensa ad attribuire alle circostanze
casuali significati che non avevano alcuna connessione con la realtà, ma che
momentaneamente potevano rassicurarla offrendole una via d’uscita da
quel mondo conflittuale dominato da tradimenti e abbandoni.
Il romanzo in questo senso si potrebbe interpretare come un percorso di ricerca identitaria che di fatto non porta l’autrice a scoprire nuovi genitori, ma le consente di rendersi maggiormente consapevole dei propri problemi, ovvero di capire che l’unico modo per risolvere i propri conflitti non è quello di rimuoverli o di liberarsi da essi, ma di accettarli e di conviverci.
Si
tratta certo di un’ipotesi interpretativa, che forse può aiutare ad alleviare
la frustrazione e il senso d’incompiutezza provati da alcuni lettori del
romanzo di Barbara Bongartz la cui discussione è stata particolarmente
piacevole grazie alla suggestiva lettura di alcuni brani da parte di Alberto Fidani, attore del Teatro Nero di Modena.
martedì 19 febbraio 2013
Il salotto del martedì - L'albergo delle donne tristi, di Marcela Serrano
Interessante
libro per una discussione sul rapporto uomo donna, sulle relazioni di
aiuto tra donne e sul curarsi con la parola. Il romanzo della Serrano
ci racconta di un albergo su un'isola nel sud del Cile, istituito da
una psichiatra per accogliere donne tristi, nel senso di provate
dalla vita e ammalate di tristezza. La cura consiste nel raccontarsi
la propria storia e convivere insieme per tre mesi, occupandosi delle
incombenze quotidiane, ma anche di momenti di creatività e di
contatto con la natura. La protagonista, in un momento di grande
insicurezza personale, trova conforto nel confronto con le storie
delle altre donne e con due figure maschili presenti sull'isola, fino
a capire un po' meglio quello che vuole. Libro per certi versi non
omogeneo, per una prima parte quasi “saggio” su tutti i possibili
vissuti femminili e più “romanzo” nella seconda parte, ha il
merito di sottolineare il valore della parola e del racconto, nonché
del confronto con l'altro per ritrovare autostima e sicurezza. Sono
interessanti anche le descrizioni di paesaggi di un Cile inusuale e
diverse citazioni letterarie con cui l'autrice ci dice i suoi autori
di riferimento. Il dialogo è ben usato e serve per proporre problemi
importanti, tra cui il ruolo del sesso nella vita personale e di
coppia. Tutto il libro evidenzia quanto il vissuto influenzi le
scelte di ognuno dei protagonisti e come il dolore o il lutto lascino
spesso un fardello da cui è faticoso riprendersi.
Edda
Reggiani
lunedì 4 febbraio 2013
16 febbraio - prossimo appuntamento "Sotto lo stesso tetto"
Vi aspettiamo numerosi per il prossimo incontro del gruppo di lettura che è aperto a tutti!
Appuntamento nella Sala Conferenze della Biblioteca Delfini dalle ore 15 alle 17: il libro in discussione è Il morto di Passy di Barbara Bongartz e il confronto sulle esperienze di lettura tra i partecipanti sarà condotto da Claudia Crivellaro (traduttrice).
venerdì 25 gennaio 2013
Il salotto del martedì - 15 gennaio 2013 - Paul Harding, L'ultimo inverno
Paul
Harding, L'ultimo inverno, Neri Pozza 2011
La
storia di L'ultimo inverno è innanzi tutto un trionfo del
passaparola: inizialmente rifiutato dai lettori più titolati, il
romanzo è stato pubblicato da una piccola casa editrice
indipendente, riuscendo a sorpresa a guadagnarsi nel 2010 il premio
Pulitzer.
L'autore
è un outsider, naturalmente: prima di approdare alla narrativa ha
insegnato scrittura creativa ed è stato batterista in un gruppo rock
(si sente, da una certa musicalità della prosa).
La
trama, molto esile, s'incentra sugli ultimi giorni di vita di George
Washington Crosby, un uomo che, col pensionamento, ha scoperto la
propria vocazione di riparatore di orologi. Si avvicina la morte, e
tutto crolla; crolla idealmente la casa che George si è costruito
pezzo a pezzo, tacciono gli orologi, si scompone in molteplici
tessere il mosaico della vita precedente. Arrivano i ricordi,
soprattutto quelli del padre Howard, che col suo abbandono ha segnato
la vita del figlio.
Un uomo in fuga, Howard. Col suo carretto carico di cianfrusaglie e di umili oggetti, vaga per le strade e i boschi del New England, simbolo di un'America antica e marginale e anche della diversità generata dalla malattia. Howard, infatti, è epilettico e questo, se da un lato gli permette di entrare in contatto con la segreta bellezza delle cose (straordinaria la pagina in cui, prima di una crisi, egli fa un arazzo con i primi fiori della primavera), dall'altro distrugge la sua vita familiare. La moglie, infatti, indurita dal dolore (o forse incapace d'amore... c'interroghiamo a lungo su di lei), minaccia di rinchiuderlo in una casa di cura e lui infine scompare, diretto verso una vita diversa.
Un uomo in fuga, Howard. Col suo carretto carico di cianfrusaglie e di umili oggetti, vaga per le strade e i boschi del New England, simbolo di un'America antica e marginale e anche della diversità generata dalla malattia. Howard, infatti, è epilettico e questo, se da un lato gli permette di entrare in contatto con la segreta bellezza delle cose (straordinaria la pagina in cui, prima di una crisi, egli fa un arazzo con i primi fiori della primavera), dall'altro distrugge la sua vita familiare. La moglie, infatti, indurita dal dolore (o forse incapace d'amore... c'interroghiamo a lungo su di lei), minaccia di rinchiuderlo in una casa di cura e lui infine scompare, diretto verso una vita diversa.
Tornerà
per salutare il figlio, una sera d'inverno, e questo sarà l'ultimo
ricordo recuperato da George, un attimo prima di morire. Questo ci
sembra il senso del libro: tornare indietro un'ultima volta,
ritrovare il padre, comprenderne le ragioni.
Libro
non facile, sicuramente. Qualcuno ne ha un'impressione di freddezza,
qualcuno ne apprezza il lirismo, quasi tutti rileviamo
l'artificiosità un po' letteraria di certi inserti (il manuale per
orologiai, il dizionario-enciclopedia). Faticoso anche seguire, nel
flusso di coscienza, l'alternarsi dei punti di vista e dei piani
temporali.
Siamo
comunque tutti affascinati da questo mondo, che ci ricorda La
lettera scarlatta, Whitman, Thoreau, ma anche La morte di un
commesso viaggiatore.
Un
mondo scomparso, un'altra America.
Matilde
Morotti
sabato 19 gennaio 2013
Sotto lo stesso tetto - 12 gennaio - Come mio fratello, Uwe Timm
Nel sessantesimo anniversario della morte del fratello maggiore, volontario delle Waffen-SS caduto in Ucraina nel 1943, il sessantenne Uwe Timm pubblica un libro autobiografico su quella tragica vicenda familiare che ha segnato e accompagnato la sua esistenza.
In
questo coraggioso tentativo di ricerca introspettiva, intrapreso dopo la morte
della sorella, l’ultimo membro della famiglia ad aver conosciuto il fratello,
Uwe affronta gli eventi accaduti senza voler risparmiare o escludere nessuno
dei protagonisti. Analizza e confronta i documenti conservati – le lettere e il
diario del fratello dal fronte, le memorie di guerra scritte da militari, ricordi
personali e quelli dei propri genitori e conoscenti – ponendosi domande,
sollevando dubbi e questioni.
Sono
diversi gli interrogativi che emergono da questa profonda e ardua indagine più volte avviata e rimandata. Uwe si chiede innanzitutto se l’arruolarsi
del fratello nelle milizie nazionalsocialiste fu un atto di libera scelta o
piuttosto una silenziosa realizzazione delle aspettative del padre e della
società in cui aveva vissuto. In che misura il fratello poteva essere
condizionato dal modello del padre, soldato fedele in tempi di guerra e talentuoso
imbalsamatore di animali selvatici nei periodi di pace? L’autore si domanda come
fosse possibile che un giovane così premuroso e affettuoso nei confronti dei
propri familiari, potesse partecipare alla distruzione e all’annientamento
dell’altro. Era davvero capace di combattere per un’ideologia che predicava la
superiorità della propria razza fino al punto da banalizzare ed estinguere il
diverso? Rievocando la propria adolescenza, i desideri e i sogni di quella
giovane e sensibile età, Uwe cerca di proiettarsi e di immedesimarsi nelle
prospettive del fratello, chiedendosi se, invece di partecipare alle conquiste
militari, avrebbe preferito coltivare altri progetti, scoprire l’amore
per un donna, esplorare mondi e continenti diversi, costruire un proprio
mestiere, indossare vestiti alternativi all’uniforme.
Poco
a poco Uwe si accorge che quella tragica vicenda non fu conseguenza di un
inspiegabile destino o delle decisioni errate di Hitler e dei suoi generali,
come nel dopoguerra si sentiva spesso raccontare. Uwe percepisce che la causa
di quella vicenda fu ben più complessa e difficile da riconoscere perché insita
nell’atteggiamento della generazione dei padri vissuta fra le due guerre, in
quel sistema di valori, su cui ancora nel periodo della ricostruzione si
reggeva la società tedesca piccolo borghese: l’obbedienza e la disciplina a
casa e a scuola, l’accettazione della violenza, il rifiuto di modelli culturali
diversi, l’orgoglio di essere tedeschi, il bisogno di apparire sempre forti per
paura di essere esclusi ed estromessi. Atteggiamenti e pretese deboli e poco
convincenti rispetto ai valori contrastanti di progresso e libertà individuali
dei vincitori americani, che all’epoca facevano sognare a occhi aperti. E poi,
ritornando ai giorni nostri, Uwe si domanda cosa sarebbe successo se suo
fratello e suo padre avessero disobbedito, se si fossero opposti alla guerra, se
avessero reagito dando libero sfogo ai propri desideri e sogni? Se avessero
detto di no alla violenza, sarebbero stati meno coraggiosi e meritevoli, meno rispettati
e stimati? Se avessero creduto di più a loro stessi, se avessero rifiutato di
conformarsi, avrebbero fallito ugualmente?
Uwe
si congeda dai lettori con la speranza che nel rifiuto di suo fratello di
parlare della violenza nel diario e nella propria corrispondenza non vi fosse
solo un istinto di autodifesa di fronte agli orrori della guerra, ma anche il
riconoscimento e la comprensione della sofferenza altrui.
Leggere
può aiutare a comprendere l’umanità se ci si interroga, se si accetta di
dialogare con il diverso. Ancora una
volta abbiamo fatto questo sforzo in compagnia della docente universitaria Claudia
Buffagni e dell’attore Simone Tangolo del “Ratto d’Europa”, che ci hanno guidato
nella lettura e nell’interpretazione di questo commuovente libro, capace di
suscitare domande e questioni sempre attuali.
giovedì 3 gennaio 2013
Il salotto del martedì - 4 dicembre 2012 - Il fucile da caccia, di Inoue Yasushi
Libro
ricco di perle di saggezza questo breve romanzo di Inoue Yasushi
composto nel lontano 1949, la cui vicenda, collocata nei medesimi anni
del dopoguerra, si svolge in una regione tra Tokyo e Kyoto. In ogni
pagina, in ogni parola, si agita il soffio di una fragilità umana
incerta tra bene e male e consapevole che sul suo agire incombe
costantemente, in ogni istante, il pericolo di un'oscura presenza,
“l'egoismo, la gelosia, il destino”?, capace di distorcerne senso
e intenzioni.
Un
romanzo a incastro, con un corpo centrale costituito da tre lettere in
cui parlano tre figure femminili e una cornice che le racchiude
affidata alla voce del poeta. Una tessitura preziosa che si affida
alla fitta trama di richiami e rimandi delle voci narranti, dei loro
silenzi e degli echi della natura che li corrisponde.
Così
fin dall'inizio un paesaggio immaginario, il “bianco alveo di un
fiume desolato”, è contrapposto al “monte Amagi ricco di
vegetazione”, nella poesia che il poeta scrive per una rivista
venatoria: si tratta di una cortesia alla quale non può sottrarsi
benché nulla sappia di caccia né se ne interessi. A deciderlo, la
figura “stranamente solitaria” di un cacciatore che ha colpito la
sua immaginazione. Nella poesia il fucile da caccia, “simbolo della
solitudine umana”, anziché mirare alla preda “scava lo spirito e
la carne desolata” del cacciatore “un freddo guerriero [..] che
emana una strana bellezza, umida di sangue”.
La
poesia è lontana dallo spirito della caccia, ma il poeta la invia
ugualmente alla rivista e aspetta con apprensione la protesta di
qualche lettore, che fortunatamente non arriva.
Riceve,
invece, la lettera di un ricco uomo d'affari, Misugi Josuke, che
dichiara di essersi riconosciuto in quel cacciatore (nel cacciatore,
non nella figura poetica) e si dice ammirato per lo “straordinario
potere intuitivo” del poeta che ha saputo cogliere nel “suo
povero stato d'animo così lontano da ogni altezza spirituale”
materia di poesia. Gli comunica di avergli inviato tre lettere di cui
è destinatario, e gli chiede di leggerle.
Da
questo momento il compito di narrare passa alle voci delle tre
lettere: Shoko, Midori e Saiko tutte appartenenti alla famiglia di
Josuke (Shoko è la nipote, figlia di Saiko, Midori è la moglie,
Saiko l'amante, sorella – o cugina - di Midori).
In
queste lettere parlano i sentimenti: odio, tristezza, rimpianto,
amore, soprattutto quello nascosto che si dipana intorno a un
tormentoso labirinto amoroso. Tutti ci interroghiamo sulla trama di
questo amore che può sembrare ma non è l'amore-passione, che può
sembrare ma non è l'amore borghese, che può sembrare ma non è
quello “cortese”, o quello “dantesco” di scolastica memoria.
Anche qui, ad ogni modo, tutto ruota intorno all'eterno enigma che
contrappone l'amore al bisogno di una coscienza obiettivamente etica,
capace di evitare i contraccolpi del ravvedimento. E, qualcuno
sottolinea, al silenzio che nasce da un malinteso senso del pudore e
genera ipocrisia.
Lo
dice la giovane Shoko nella prima delle tre lettere. Ha scoperto la
relazione tra lo zio e la madre leggendo il diario della madre il
giorno prima della sua morte. Tra i tanti motivi della sua presente
“tristezza”, uno la opprime in modo particolare: che da tredici
anni la madre e lo zio non siano più la “sua cara madre”, il “suo
caro zio”, che la madre abbia potuto essere “malvagia” sapendo
di esserlo, che l'amore possa rinunciare alla luce del sole e vivere
come come “un fiore finto, rosso, in una palla di vetro”.
Midori
è la moglie tradita, doppiamente tradita, dal marito e dalla
sorella.
Il
tradimento l'ha scoperto fin dall'inizio e, seguendo l'impulso del
momento, ne è diventata complice. Di quel momento restano solo alcune
vivide immagini: un presentimento, un inseguimento, la scoperta,
l'impulso di smascherare gli amanti e quello, uguale e contrario, di
fingere di non aver visto. Perché abbia preso la seconda via non lo
sa: paura, umiliazione, amore, opportunismo? Da allora l'amore si è
mutato in un miscuglio esplosivo di amore e odio, l'ha sostenuta da
una parte la speranza che avesse termine la sua umiliazione,
dall'altra l'ostentazione di una mondanità di rivalsa, amanti che
erano schermi, e ha vissuto in una “gelida famiglia”,
fortezza-prigione dei “due segreti” suo e del marito.
Saiko,
la bellissima, raffinata, intelligente Saiko, nel momento della
“malvagità” decide che bisogna “diventare diabolici”: con
Yosuke, il patto di mantenere segreta la relazione. Il suo silenzio
non è di poco momento, dura tredici anni. Per reggere così a lungo
ci vogliono qualità non banali: forza di carattere, coraggio,
determinazione, calcolo, che sarebbe meglio utilizzare per il verso
giusto. E Saiko si sdoppia: c'è una Saiko “diurna” che sa
proteggere il segreto, c'è una Saiko “notturna” che soffre e
affida al suo diario tormentosi sensi di colpa e di morte: “...la
mia coscienza della colpa era così forte da convincermi che il
giorno in cui Midori avesse scoperto il mio segreto avrei dovuto
morire […] morire sarebbe stato il mio modo di chiedere perdono”.
Ma quando scopre che Midori sa tutto da sempre, stranamente un
inaspettato sollievo si sostituisce ai propositi di morte e scopre in
sé un'altra Saiko. “Se Midori lo scoprirà, morirò!” Che
ridicola fantasia la mia! Colpa, colpa, colpa... che assurda coscienza
della colpa! L'uomo che ha venduto l'anima al diavolo deve per forza
essere lui stesso un diavolo? Noi siamo d'accordo. Ma Saiko? A
seguirla nei meandri della sua riflessione finale scopriamo che non è
detto che la nuova Saiko abbia sostituito l'antica, può trattarsi
di una tregua momentanea, e poi se ci sono due Saiko, possono
essercene altre. Di più, in nome di che cosa parla la nuova Saiko?
Ha detto che amare non è una colpa, allora perché un giorno lontano
il tradimento del marito è stato una colpa che andava lavata col
divorzio? E perché, ora che ha appreso che si è risposato, sembra
che il mondo le crolli addosso? Che ne è di Yosuke? (diciamo noi):
amare, essere amati...?
Si
è affacciata una terza Saiko, quella che mette in ordine le foto del
suo matrimonio, che le dispone affinché la figlia non perda
l'immagine del padre e ricorda che lei stessa, durante un
bombardamento, mentre Yosuke la proteggeva premurosamente, lei
desiderava correre al rifugio di suo marito...
A
questo punto siamo un po' stanchi: una cosa è conversare su questi
temi, altra abbandonarsi al talento narrativo che sa raccontarli.
È
stanca anche Saiko, che sente di “aver perso la forza di vivere”
e, incapace di ricomporre le istanze contraddittorie della sua
coscienza, si autocondanna e brucia il diario che contiene “le
confessioni di una donna malvagia”. Poco dopo si dà la morte,
“punizione naturalmente riservata a una donna che non ha sopportato
la sofferenza di amare e ha cercato la felicità di essere amata.”
E
Misogi Yosuke, solitario cacciatore e silenzioso destinatario delle
lettere e delle confessioni in esse contenute? Le due pagine finali
non aggiungono molto sulla sua figura; restano la sua “singolare
scrittura, così bella e fluente” che rivela una “tristezza cupa
e intollerabile”, il suo fucile da caccia e quel “ bianco alveo
di un fiume” che non è più soltanto un'immagine poetica.
Mirna
Ferrarini
venerdì 30 novembre 2012
Sotto
lo stesso tetto – 24 novembre – La strega di mezzogiorno, Julia Franck
Dialogare
con una strega per un’ora al giorno è l’unico rimedio per curare
quell’incessante tormento dell’anima che induce Selma Würsich a vivere
un’esistenza solitaria e a estraniarsi psicologicamente ed emotivamente dal
marito e dalle figlie Martha e Helene. A sostenerlo è la domestica Mariechen, una donna di origine
slava che accudisce la madre e le figlie. Siamo all’inizio del Novecento nella
Germania orientale, più precisamente nell'alta Lusazia, una regione della Sassonia. Sono proprio le parole
di Mariechen a suggerire a Matteo Galli, il conduttore del secondo incontro
letterario Sotto lo stesso tetto,
l’interpretazione del titolo dell’opera da lui stesso tradotta: Strega appunto e non Donna di mezzogiorno
come invece sarebbe il titolo originale. Questo sconfinare dell’essere umano
nell’irrazionalità e nel pregiudizio sembra essere alla base della storia
familiare raccontata dall’autrice Julia Franck.
Che
spiegazione dare a certi comportamenti familiari? Come giustificare
l’atteggiamento di Selma nei confronti delle figlie da cui sin dalla tenera età
pretende solo obbedienza, disciplina e massimo impegno? Può essere un insieme
di circostanze – la perdita dei figli maschi, la guerra, l’appartenenza a una
religione diversa – la causa degli scompensi emotivi della madre? Martha e
Helene non sanno dare una spiegazione razionale ai misteri della vita, ma
cercano piuttosto di cogliere le opportunità concrete che essa offre quando la
zia Fanny, una cugina della madre, le invita a trascorrere un lungo periodo a
Berlino. Il trasferimento nella capitale, nei ruggenti anni Venti, segna
l’inizio di una fase più spensierata e stimolante della loro esistenza sebbene
non priva di preoccupazioni e difficoltà.
L’incontro
casuale con Carl, un giovane e promettente studioso di filosofia, infonderà in
Helene un sentimento di profonda felicità facendole credere per un istante che
la vita stia volgendo al meglio. Ma la prospettiva di una vita migliore,
animata da valori e progetti comuni, svanirà con la morte improvvisa di Carl,
vittima di un tragico incidente stradale. Da quel momento in poi l’esistenza di
Helene non sarà altro che un sopravvivere senza senso proprio come i pazienti
che assiste presso un ospedale della città. La condizione di Helene, in parte
ebrea, si aggraverà in seguito all'affermarsi del nazionalsocialismo che imporrà leggi antisemite. Se
vorrà sopravvivere dovrà scomparire, fingersi ciò che non è. A quel punto, come
per un soccorso provvidenziale, entrerà in scena l’ingegnere ariano Wilhelm che
alla bionda Helene dagli occhi azzurri offrirà il ruolo di moglie e un nome,
Alice Sehmisch.
Ma
Alice è soltanto una maschera innocente di Helene, già contaminata da altri.
Quando Wilhelm nella prima notte di matrimonio scopre che Alice non è più
vergine scatta in lui la voglia feroce di vendetta. Alice/Helene diventa ai
suoi occhi un essere impuro, subordinato e sottomesso a cui è consentito solo
obbedire. Da questo rapporto infelice nascerà un bambino, Peter, che
successivamente, alla fine della seconda guerra mondiale, Alice/Helene, in fuga
da Stettino occupata dai Sovietici, abbandonerà in una stazione
ferroviaria.
Cosa
porta Alice/Helene a compiere un gesto così estremo? Un atto di
autopreservazione, un desiderio di libertà o una scelta di amore per un figlio
a cui non può dare ciò di cui ha bisogno? Il suo comportamento non è forse congenito
alla sua famiglia di origine, iscritto in quel complesso patrimonio genetico
che Helene porta con sé?
Le
risposte sono da ricercarsi in un intricato gioco di riflessioni che la Franck
così sapientemente ci propone in questo affascinante libro vincitore del
prestigioso premio Deutscher Buchpreis.
martedì 13 novembre 2012
Il salotto del martedì - 6 novembre 2012 - Vergogna, J. M. Coetzee
Libro complesso nella sua apparente
semplicità espressiva, questo Vergogna di J. M. Coetzee (Einaudi 2000),
sudafricano che scrive in inglese, vincitore nel 2003 del Nobel per la
letteratura.
La storia, all'inizio, è un po'
banale: ci viene presentato il professor Lurie, titolare di una
cattedra di Scienze delle comunicazione nella razionalizzata Cape
Technical University. Gli lasciano tenere, quasi per benigna
concessione, un corso all'anno sui suoi prediletti poeti romantici,
ma è evidente la sua sfasatura culturale rispetto agli studenti e a
tutto il mondo che lo circonda, cioè il nuovo Sudafrica post
apartheid.
David Lurie ha superato la cinquantina
ed è un uomo senza emozioni; reduce da una vita che lo ha deluso,
anche sul piano sentimentale (è due volte divorziato), ha trovato un
suo equilibrio nei tranquilli rapporti con una prostituta e si è
adattato ad una “felicità” senza echi.
Su quest'uomo senza qualità piomba
improvvisamente la disgrazia, sotto forma di sconvolgente impulso
erotico verso una ragazzina neanche tanto speciale: una studentessa
qualunque (ci chiediamo se sia nera, come il nome Melanie potrebbe
lasciar indovinare).
Qualcuno osserva che il titolo
originale, tradotto in italiano con Vergogna, è in realtà,
significativamente, Disgrace, il che allude allo stato di
disgrazia collegato alla catena
colpa-vergogna-pentimento-espiazione-redenzione.
![]() |
| J. M. Coetzee |
Con un amore in cui alcuni di noi non
riescono a non sentire echi quasi francescani, David accompagna al
loro destino, confortandoli, i “fratelli cani:” i vecchi, i
ciechi, gli zoppi, gli storpi, i mutilati...”.
Ci interroghiamo a lungo sul senso del
romanzo, soprattutto sulla “colpa” di David e sui motivi per cui
Lucy, che scopriamo essere incinta in seguito alla violenza, tace e
non denuncia gli aggressori. Ci sembrano illuminanti le parole della
ragazza al padre, che le chiede se vuole già bene al bambino,
“figlio di questa terra”. “Al bambino? No. Come potrei. Ma
gliene vorrò... intendo diventare una brava mamma, David. Una brava
mamma e una brava persona”. Forse Lucy vuole contribuire al
difficile processo di riconciliazione, che in Sudafrica porta con sé
strascichi di violenza, incomprensione, vendetta. Ecco perché non
denuncia gli aggressori; e anche perché ama incondizionatamente quel
luogo e quella vita e vuole viver proprio lì, a qualunque prezzo.
Una delle ultime scene ce la presenta
inaspettatamente bella come in un quadro impressionista, una giovane
madre baciata dal sole, tra i fiori, le api, i colori e i profumi di
una terra antichissima e appena nata.
Si potrebbe discutere quasi
all'infinito, tanti sono i temi, dal rapporto campagna-città alla
paternità, alla storia, alla creazione artistica, all'eutanasia. Ci
lasciamo con l'impressione di aver affrontato un testo duro, ma
significativo come pochi.
Matilde Morotti
lunedì 5 novembre 2012
Sotto lo stesso tetto - 27 ottobre 2012 - Lettera al padre, Franz Kafka
A
chi più, a chi meno, un fatto è certo: i rapporti familiari e i
conflitti che prima o poi ne derivano coinvolgono tutti,
indipendentemente dall’età, sesso, nazionalità, religione,
estrazione sociale, epoca o paese in cui si vive. La lettura
dell’opera Lettera
al padre
scritta dal celebre autore boemo di lingua tedesca, Franz Kafka
(Praga 1883 – Kierling 1924), ci porta al cuore del difficile e
irrisolto rapporto tra padri e figli, in un labirinto di accuse e
controaccuse, di fraintendimenti e incomprensioni, di rimproveri e
rancori mai superati.
Ma
il testo di Kafka è l’espressione di un’esperienza autentica,
drammaticamente vera o una rappresentazione letteraria ben riuscita?
È possibile leggere questo testo in chiave ironica o solo
drammatica? Cesare Giacobazzi, docente di lingua e letteratura
tedesca all’Università di Modena e conduttore del primo degli
incontri di lettura Sotto
lo stesso
tetto,
ha
suggerito diverse possibilità interpretative dell’opera, che sono
state espresse poi a voce con la lettura di alcuni brani da parte di
Lino Guanciale, attore della compagnia del Ratto
d’Europa. Già
dalle prime righe la lettera di Kafka appare come un tentativo del
figlio di spiegare le ragioni del proprio fallimento esistenziale, di
non essersi sposato, di non aver creato lui stesso una famiglia che
gli avrebbe consentito di emanciparsi dalla figura paterna. Kafka
individua le cause di questo insuccesso personale e familiare nei
metodi educativi troppo rigidi e severi di un padre che non ha saputo
dominare il proprio carattere e avvicinarsi con sincerità e affetto
ai suoi figli. A prova di ciò Kafka ricorda in particolare un
episodio della prima infanzia in cui l’atteggiamento di rifiuto e
repressione da parte del padre sarebbe stato determinante e decisivo
per la formazione del suo carattere debole e pauroso. Le successive
esperienze di inesistente confronto e dialogo, di mancato sostegno e
ascolto avrebbero rafforzato in lui il sentimento di insicurezza e
soffocato ogni possibilità di distacco impedendogli di assumere un
ruolo attivo nella vita. Siamo di fronte a un figlio davvero
traumatizzato o a un parassita che vive sulle spalle del padre?
Ammesso
che si tratti di una testimonianza reale, drammatica e sofferta, di
chi sarebbe la colpa, del padre o del figlio? E se invece Franz non
fosse altro che un figlio viziato, non abituato a prendersi la
responsabilità delle proprie azioni e comportamenti? E quale invece
è il ruolo della madre nelle vicende familiari? Gli interrogativi
relativi a questa lettera, scritta nel 1919 e mai consegnata al
padre, sembrano essere molteplici e di non facile risposta. Alle
varie proposte e suggerimenti di lettura hanno corrisposto i commenti
e gli interventi di un pubblico profondamente interessato e coinvolto
nonché diversificato per età e approcci interpretativi.
lunedì 8 ottobre 2012
Il salotto del martedì - 2 ottobre 2012 - Il mondo di Atene, di Luciano Canfora
Luciano Canfora, Il mondo di Atene, Laterza 2011
Approfittando
dei tempi più lunghi e rilassati, garantiti dalle ferie roventi di
quest'estate, alcuni di noi hanno affrontato un testo molto
impegnativo, Il mondo di Atene, di Luciano Canfora.
L'autore è noto: un filologo classico, professore a Bari, celebre sia per il
rigore con cui padroneggia il mare sterminato delle sue fonti, sia
per la vis polemica con cui di tanto in tanto anima il dibattito
pubblico italiano. Ora, se c'è un argomento che in questi mesi è stato al
centro delle nostre discussioni, questo è il destino della Grecia, e
con esso una serie di concetti variamente interpretabili, da uno
svuotamento della democrazia attraverso una sovranità limitata fino al
ruolo delle competenze e al predominio delle élites
tecnocratiche. Insomma, mai come oggi ci si è interrogati su quale sia
la vera natura della democrazia.
Luciano
Canfora, con questo libro, dà alla questione un taglio originale e
stimolante, smontando i miti sorti attorno a questo sistema politico
e alle sue origini storiche.
Si
parte dal luogo comune che (sulla base del celebre epitaffio di
Pericle) fa di Atene la culla della democrazia, scuola della Grecia e
di tutto il mondo. Ma quale democrazia? In realtà i cittadini ateniesi,
escludendo le donne, gli stranieri e gli schiavi, erano 20.000 su
350.000; tutti, tra l'altro, parassiti stipendiati dallo stato, che
campavano a spese del tributo versato dagli alleati. Come diceva Max
Weber, la democrazia ateniese altro non era che una gilda che si
spartiva il bottino. Quindi quello che stato così idealizzato era un
sistema basato sul controllo imperialistico delle altre città, punite
in modo crudelissimo se per caso venivano meno ai doveri
dell'alleanza, come dimostra il terribile episodio della strage dei
Melii.
![]() |
| Luciano Canfora |
E
poi l'ostracismo, il controllo della cultura, la condanna a morte di
Socrate: come si fa a parlare di libertà? Eppure Canfora riesce, in
questa sua appassionata rievocazione del secolo breve che va dal 480
al 399 a. C. a dimostrare che il mito della democrazia ateniese ha
una sua validità storica oggettiva e costituisce un esempio fecondo
anche per società più complesse.
La
nostra discussione verte dunque sul paradosso di questa città, in cui la
democrazia e l'impero riuscirono a convivere. Tenendo sempre presente
l'abisso che intercorre tra una democrazia diretta come quella
ateniese e i nostri sistemi rappresentativi, ci siamo chiesti quanto
di quell'antica esperienza serva ancor oggi a chiarirci le
problematiche odierne. Anche oggi, nota qualcuno, ha un ruolo
centrale l'esaltazione della competenza e questo ci ricorda che ad
Atene, nel V° secolo,
si verificò questo miracolo: era ben salda al comando un'élite,
ma essa accettò la sfida del confronto quotidiano con l'assemblea e,
non sottraendosi alla fatica di cercare e costruire il consenso,
gettò le basi di un modello politico destinato a durare nei millenni.
Matilde Morotti
martedì 2 ottobre 2012
Gruppi di lettura 2012-2013
Due i gruppi di lettura ospitati quest'anno dalla Biblioteca Delfini:
"Sotto lo stesso tetto. La famiglia nella letteratura tedesca
contemporanea" e il "Salotto del martedì".
Prosegue poi la collaborazione con l'Associazione culturale di volontariato 'Natalia Ginzburg', con gli appuntamenti del "Salotto del martedì".
Il gruppo si incontra il martedì dalle 16 alle 18, con cadenza mensile da ottobre 2012 a maggio 2013. Per la partecipazione a questo gruppo è prevista l'iscrizione all'Associazione. Ci si può iscrivere al gruppo o direttamente agli incontri o in sede.
Info: http://www.universitaginzburg-mo.net/
La presentazione dei due corsi, il calendario degli incontri e i libri proposti dai due gruppi si possono leggere sulla colonna di destra. Dopo ogni incontro verrà pubblicata sul blog, a cura dei conduttori e dei partecipanti, una scheda riassuntiva che presenta il libro e dà conto degli spunti principali emersi dalla discussione.
Tutti possono aggiungere a queste schede di presentazione i propri commenti.
Il primo è organizzato in collaborazione
con l'Associazione culturale italo-tedesca. Il gruppo si riunisce il
sabato pomeriggio dalle ore 15 alle 17, una volta al mese per il periodo
che va da ottobre 2012 ad aprile 2013.
La partecipazione, anche a singoli incontri, è libera e non occorre prenotazione, ma è richiesta la lettura preventiva ed individuale dei libri in discussione.
La partecipazione, anche a singoli incontri, è libera e non occorre prenotazione, ma è richiesta la lettura preventiva ed individuale dei libri in discussione.
Prosegue poi la collaborazione con l'Associazione culturale di volontariato 'Natalia Ginzburg', con gli appuntamenti del "Salotto del martedì".
Il gruppo si incontra il martedì dalle 16 alle 18, con cadenza mensile da ottobre 2012 a maggio 2013. Per la partecipazione a questo gruppo è prevista l'iscrizione all'Associazione. Ci si può iscrivere al gruppo o direttamente agli incontri o in sede.
La presentazione dei due corsi, il calendario degli incontri e i libri proposti dai due gruppi si possono leggere sulla colonna di destra. Dopo ogni incontro verrà pubblicata sul blog, a cura dei conduttori e dei partecipanti, una scheda riassuntiva che presenta il libro e dà conto degli spunti principali emersi dalla discussione.
Tutti possono aggiungere a queste schede di presentazione i propri commenti.
sabato 16 giugno 2012
Uomo e donna li creò - 9 giugno 2012 - Ave Mary
La rilettura delle Sacre Scritture svolta da Michela Murgia in Ave Mary non cerca di metterne alla prova la consistenza sintattica, né tantomeno di verificarne la plausibilità storica, ma ha l'intento, ben più "pericoloso", di sottoporle ad una serie di riflessioni che mettano in luce il ruolo subordinato e contraddittorio riservato alla donna.
Quali sono, ad esempio, le opzioni disponibili a Maria al momento dell'incontro con l'angelo? È costretta ad obbedire, o ha invece una propria autonomia da cui segue una scelta indipendente e ponderata? Anche interpretando la domanda dell'angelo come una vera richiesta, piuttosto che un'imposizione, bisognerebbe prendere atto che tutte le eventuali ragazze consultate prima di Maria sono state "censurate" e destinate all'oblio.
Un caso di esplicita disobbedienza è quello di cui si rende colpevole Eva, che viene punita in maniera esemplare. Il peccato originale diviene perciò un monito preventivo, affinché le donne rinuncino ad un desiderio di conoscenza e protagonismo che potrebbe mettere in discussione l'autorità imposta. La passività, sia che venga presentata come scelta autonoma (nel caso di Maria) o forzata (nel caso di Eva), è quindi l'unico tipo di comportamento femminile ammesso dalle Scritture.
In conclusione, le Sacre Scritture reggono oppure no alle domande di Michela Murgia? Chiaramente, le Sacre Scritture, di per sé, non sono altro che espressione e manifesto di un determinato contesto sociale; di conseguenza, quelle domande dovrebbero essere reindirizzate a chi dalle Scritture ha tratto un modello di educazione e comportamento. Sono le gravi carenze di questo modello a far sì che la riflessione sulle Sacre Scritture sia molto di più che una disputa teologica.
venerdì 8 giugno 2012
Uomo e donna li creò - verso "Ave Mary" di Michela Murgia
Legittimata
dunque, più di altri che non hanno in
curriculum il catechismo domenicale, (l’andare alla dottrina
come si diceva
qui) a raccontare quanto l'imprinting culturale che riceviamo da
piccoli negli
oratori delle parrocchie, ci condizioni, soprattutto nel
rapporto tra uomini e
donne, e decisa a
sostenere che se ci è
stata raccontata una storia falsa è giusto tentare di
correggerla. Questo libro
serve allo scopo. Da cattolica illuminata si dice scarsamente
interessata all'opinione
ufficiale proveniente dai siti vaticani, che pure sul loro
giornale l'hanno benevolmente
recensita, "mi interessava l'opinione di mia zia - dice- la
donna più
maschilista che conosco".
Innanzitutto Maria non invecchia mai,
forse neanche
muore. L’avevate notato? "Nel mio paese d'origine - dice -
(Cabras)
dove la chiesa patronale è dedicata proprio a questa specifica
raffigurazione
dell'Assunta, la preghiera popolare afferma senza tentennamenti
che "morta
no, ma ses dormida, santamente reposende". Dormida, cioè
addormentata".
Perché la Madonna non può invecchiare
né tanto meno morire?
Perché la morte maschile è così
ampiamente rappresentata nella cultura classica, nell’estetica cristiana,
nelle raffigurazioni
popolari e più che mai
nel nostro presente, e quella femminile no? Perché l’invecchiare
maschile è bello e saggio
e quello femminile no? L’imperativo “Non
invecchiare!” (o “se invecchi non sperare
di avere un briciolo di protagonismo”) in questa straordinaria
operazione di
marketing, cominciata con le fantasiose interpretazioni delle
sacre scritture da
parte dei celibatari della Chiesa, non è che a lungo andare ha
condizionato le
donne cattoliche e non solo quelle? Non è un caso che gli spot
pubblicitari ci
presentino sempre dei maschi che "invecchiano bene",
"materassabili" (testuale), alla Sean Connery che ancora adesso
a ottant’anni
passati fanno la loro "porca figura" mentre le donne in là con
l'età
sono sempre alle prese con la paura che che la dentiera rimanga
attaccata alla
torta di noci.
E poi…Maria era una giovane donna per
nulla timida,
silenziosa e passiva. Interpellata dall’Angelo si prende
autonomamente la sua
responsabilità. Che razza di storia ci hanno raccontato? Una ragazzina
di quattordici anni che si sente dire “guarda che rimarrai
incinta prima di
sposarti e prima di fare l’amore con tuo marito, ti va bene?” In
un
sistema patriarcale tribale c'era un'unica risposta a tanto
scandalo: la lapidazione. Lei dice sì, un sì libero e
impegnativo, di adesione cosciente, raro anche, in un mondo (in
ogni tempo e in ogni luogo) di "sì" femminili di
sottomissione.
Madre piena di grazia, madre benedetta
tra le donne, madre
inviolata, eppure tanto manipolata a
uso e consumo dell’autorità, per piegare all’obbedienza tutte
le donne, che a
lungo andare ha perso addirittura il merito unico e sacro per
cui era osannata
e venerata. Rappresentata via via nei secoli senza più latte,
senza più figlio,
senza carne e senza colore, umiliata nella femminilità e nella
sua stessa
maternità cosa è rimasto di Maria? Poi c’è tutta la storia della verginità biologica,
prima, durante e dopo il concepimento. Ma questa è troppo lunga
da dire qui.
Meglio leggere il libro.
Elena Bellei
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